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A Copenhagen una casa green per l’architettura

Firmato Oma, Blox è un mixed use affacciato sul porto di Copenhagen e ospita nei suoi spazi il Centro di Architettura Danese (DAC)

Per costruirlo a Copenhagen hanno impiegato 7.500 tonnellate di ferro, più o meno quanto ne utilizzarono a Parigi per realizzare la torre Eiffel. A cui si aggiungono 50mila tonnellate di cemento. Eppure il Blox sembra un edificio leggero. Perché è rivestito di vetro, perché al suo interno passa una strada veicolare che lo collega al resto della città, perché affaccia direttamente sull’acqua che, con i suoi riflessi, riesce a farlo vibrare. A Copenhagen ne vanno fieri perché prefigura come la città sarà nel prossimo futuro: non più composta da edifici monofunzionali, ma popolata da strutture polivalenti. Nel Blox infatti convivono spazi espositivi, uffici, co-working, caffetterie, una libreria, una palestra, ventidue appartamenti e parcheggi. L’edificio ospita inoltre il Centro di Architettura Danese (DAC), l’istituzione che ha il compito di diffondere la buona architettura in una nazione già all’avanguardia: che sa pianificare i nuovi spazi, che ha un sistema di trasporti particolarmente efficiente, che ha una dotazione invidiabile di spazi all’aperto, destinati al verde, allo sport e alle attività ricreative. Dove tutti vanno in bicicletta, ma dove gli autobus passano ogni tre minuti, sembrano pullman gran turismo e, una volta che sali, puoi sedere su una comoda poltrona perché il servizio pubblico può veramente funzionare solo se riesce a competere con gli altri mezzi di trasporto.

Greenbuilding magazine, Kerakoll, BLOX, Ph. Rasmus Hjortshoj

A finanziare il Blox è stata in gran parte un’associazione filantropica, la Realdania. Gestita da una direzione illuminata, ha capito che non aveva senso collocare un centro danese per l’architettura in un edificio senza qualità estetiche e senza aperture al futuro. Se l’architettura contemporanea deve essere un nuovo modo di pensare gli spazi è proprio da questi che occorre partire. Da qui l’idea di chiamare a progettarlo il collettivo di architettura che negli ultimi decenni si è posto con particolare intelligenza e spirito innovativo il problema delle nuove forme dell’habitat: lo studio OMA dell’olandese Rem Koolhaas.

La scelta non è stata senza polemiche. A Copenhagen è attivo Bjarke Ingels, considerato da tutti l’enfant prodige della nuova architettura. Bjarke ha realizzato complessi abitativi innovativi – uno in cui case unifamiliari convivono con un enorme garage – e un termovalorizzatore non distante dal centro urbano che ha la forma di una montagna e presto sarà adibito anche a pista da sci, a testimoniare di quanto la tecnologia e la fantasia possano contribuire nella progettazione di spazi urbani piacevoli e inconsueti risolvendo temi che sembrano difficili e disperanti. Ma la scelta del danese Bjarke Ingels sarebbe potuta apparire nazionalista e provinciale. E allora meglio chiamare uno studio internazionale, domiciliato a Rotterdam, come OMA, dove, oltretutto, lo stesso Ingels si è formato.

Greenbuilding-magazine-Kerakoll, BLOX, Ph. Delfino Sisto Legnani and Marco Cappelletti

A seguire il progetto è stata una delle partner di OMA, Ellen van Loon, la quale ha dichiarato che avrebbe voluto realizzare un edificio sostenibile, ma la cui sostenibilità fosse pensata in relazione al suo carattere urbano. Quindi non ottenuta con legno e pietre, ma con materiali artificiali duraturi organizzati in modo da garantire la massima flessibilità d’uso. “Blox” ha dichiarato “è una congestione di funzioni penetrata da una strada tangenziale ed è un edificio progettato per essere un’energica esperienza urbana, quasi fosse una intersezione autostradale abitabile… Se si vuole vivere in un posto tranquillo si deve abitare in campagna, ma la vita è nelle città.”

Ovviamente, si tratta più di una dichiarazione di poetica – quella della congestione che ha reso Koolhaas e il suo studio OMA famoso in tutto il mondo – che di una affermazione da prendere troppo alla lettera. Gli spazi del Blox sono infatti estremamente piacevoli, affatto rumorosi, per nulla caotici. Le diverse funzioni convivono pacificamente arricchendosi l’una con la vicinanza delle altre. E la sensazione di chi visita l’edificio è, semmai, che gli spazi sono un po’ troppo dilatati. Forse per essere in grado di rispondere senza problemi a un incremento di domanda nel futuro.

La prima mostra che ha ospitato il DAC ha per titolo Welcome Home e si è conclusa alla fine di settembre. È un viaggio alla scoperta delle case danesi nel corso del tempo e un tentativo per prefigurare originali modelli abitativi, anche di co-housing. Vivere insieme mantenendo la propria privacy può essere il modo migliore per abitare con tutte le comodità, godere di servizi in comune e farsi compagnia soprattutto nelle ultime stagioni della vita. L’esperienza delle case per la terza età, in Danimarca come altrove, è stata molto deludente e quindi bisogna pensare a quartieri integrati dove convivano anziani e giovani senza darsi fastidio a vicenda. Vi confesso che entrare in un così bel centro come Blox, con ampi ambienti dedicati all’architettura, e vedere una mostra così intelligente e piena di speranza non può fare che bene. Ci fa pensare che in Italia avremmo bisogno di strutture come questa.

Greenbuilding magazine, Kerakoll, BLOX, Ph. Rasmus Hjortshoj

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