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Biennale in rosa

La Biennale di Architettura di Venezia è diventata un appuntamento imperdibile. Attira, a partire dai giorni di pre-apertura, quest’anno coincidenti con l’ultima settimana di maggio, migliaia di progettisti, critici e rappresentanti di istituzioni che si occupano di architettura da più di 100 diversi Paesi.

Overview Arsenale_Photo by Andrea Avezzù - Courtesy La Biennale di Venez...
Curatrici della sedicesima edizione sono due donne: Yvonne Farrell e Shelley McNamara. Sono due progettiste di valore, note agli addetti ai lavori per il nuovo edificio della Bocconi di Milano. Le loro opere si caratterizzano per uno stile asciutto se non austero. E alla sobrietà dei comportamenti invita il titolo della mostra di Venezia, che sarà aperta sino al 25 novembre. Ha per titolo Freespace, una parola composta che sottolinea l’importanza dello spazio pubblico, aperto a tutti e non soggetto alla logica commerciale dell’entrata a pagamento. Forzando appena il senso: dello spazio che accoglie anche i senza dimora e i migranti. In realtà, come sanno tutti i conoscitori di queste grandi kermesse, i titoli scelti per le biennali sono spesso solo un pretesto.

Yvonne Farrell and Shelley McNamara_Photo by Andrea Avezzu'_Courtesy of La Biennale di Venezia

I progettisti invitati, e tra questi ci sono i più famosi, mettono in mostra il lavoro che hanno prodotto negli anni precedenti, facendosi guidare appena dal titolo. Non vi stupite quindi se, girando tra i padiglioni della manifestazione ai Giardini e alle Corderie, troverete alcune cose che a stretto rigore non sono perfettamente congruenti. Ciò che è importante è però l’aria che si respira. Il senso generale della proposta. In questo caso, il bisogno da parte degli architetti di mettere tra parentesi gli edifici sempre più costosi e scintillanti che richiedono grandi investimenti privati e quindi riscontri economici inesorabili, per richiamare alla ribalta il ruolo dello spazio pubblico, che da sempre ha caratterizzato, proprio perché fondato sulla logica dell’accoglienza, le città che funzionano bene.

All’interno della Biennale di Venezia hanno un grande ruolo gli oltre sessanta padiglioni nazionali, spazi nei quali ciascun Paese, attraverso un progetto allestito da un curatore, svolge il grande tema della manifestazione. Come sempre succede, i più rilevanti sono dei Paesi avanzati architettonicamente, quali Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna, Giappone, Spagna, Olanda, mentre esperienze che suscitano interesse e curiosità si trovano nei Paesi più piccoli. Quest’anno protagonista è lo Stato Vaticano che, con un progetto di dieci cappelle affidate ad altrettanti architetti e curato dallo storico Francesco Dal Co, ha deciso di partecipare per la prima volta.

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E veniamo al Padiglione italiano affidato a Mario Cucinella. Ha per titolo Arcipelago Italia. È uno dei più interessanti per la scelta del tema. È stata fatta, infatti, una ricognizione dei progetti significativi che in questi anni sono stati pensati per le aree interne dello Stivale, quelle meno sviluppate che sfuggono alle logiche delle realtà metropolitane. L’Italia, infatti, non solo ospita grandi e medie città, molte delle quali si sono sviluppate secondo la logica delle conurbazioni metropolitane, ma è pure quella dei piccoli borghi, di realtà interne incantevoli per il paesaggio e rilevanti per la memoria storica, ma in uno stato di crescente abbandono. A peggiorare la situazione sono gli eventi naturali e in particolare quelli catastrofici come i terremoti. Quando avvengono – e in Italia sono numerosi – le poche attività che resistono non riescono a sopportare i lunghi tempi della ricostruzione e così, una volta attuato il recupero, gli edifici corrono il rischio di rimanere gusci vuoti privi di vita.

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La mostra è divisa in due parti. Una che ha raccolto i lavori di una ottantina di progettisti selezionati da una call alla quale hanno partecipato oltre 500 proposte. L’altra con i progetti di cinque studi di architettura che hanno affrontato altrettanti temi emblematici: la Barbagia con la piana di Ottana, la valle del Belice con focus su Gibellina, Matera e la valle del Basento, Camerino e la zona dell’Italia centrale colpita dal sisma del 2016, l’Appennino tosco-emiliano. Quattro le parole chiave: abitare con opere che esaltino il legame con il paesaggio; connettere le infrastrutture e le reti materiali e immateriali; condividere i progetti che hanno impatto sul tessuto sociale; progredire attivando dinamiche virtuose.

È una bella mostra da non perdere. Ci fa partecipi di un sogno utile e ambizioso che avrà sicure ricadute perché ci costringerà a guardare la realtà italiana dal punto di vista di aree altrimenti neglette che hanno invece enormi potenzialità.

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