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Boris Podrecca, architetto mitteleuropeo

Lavora in 8 paesi europei e in 4 di loro ha cantieri aperti. Tra i più coinvolgenti il concorso internazionale per i 36 ettari della stazione di Bolzano e il concorso a inviti per il Campus di Vienna dell’Unicredit Bank Austria.
di Luigi Prestinenza Puglisi

Nella descrizione di un suo edificio ho incontrato il termine di archinatura. Cosa vuol dire esattamente?
È già da anni che mi interesso al tema della fotosintesi e di conseguenza a quello della clorofilla. Quando a quest’ultimo si abbina un sistema geometrico parliamo di Metameria. Poi in progressione, quando tutto ciò evolve su una disposizione funzionale e tridimensionale allora si parla di Archinatura. Il sistema logic follows nature genera sia la struttura che il rivestimento secondo i principi della Bionica. Utilizzo tutto ciò però per contestualizzare il manufatto in un “campo-natura” che mi suggerisce e impone questo approccio archinaturale. Non è uno stilema.

Cosa comporta oggi progettare edifici sostenibili? È solo una questione di contenimento energetico?
Soprattutto in Italia, ormai, non c’è convegno che non prescriva questo tema della sostenibilità come una nuova scoperta o moda stagionale. Sotto l’etichetta più volte si celano convenzioni, make-up verdi (muri vegetali, facciate imbrattate di cipressi).
Non dimentichiamo che l’architettura ha una propria dignità razionale e scientifica, non è natura, e ha in sé un proprio “silenzio” che deve saper resistere per non venire sopraffatto e inghiottito dalla natura.
Tutta l’architettura vernacolare, dall’igloo fino alla tenda nel Sahara o la casa di legno nelle Alpi o quella in pietra dalmata, ha sempre soddisfatto le esigenze energetiche ed economiche nel proprio spazio e nella propria muscolatura sfruttando i principi di typus e topos, senza ricorrere al maquillage mimetico del verde. Dobbiamo continuare questa strada senza però mitizzare l’ovvia sostenibilità che talvolta copre una produzione avida e insensata.

Ci racconta brevemente dei suoi inizi come scultore?
I primi passi nel mondo dell’arte li ho fatti già da ragazzo in braghe corte, da Augusto Černigoj, allievo alla Bauhaus di Kandinskij e di Moholy-Nagy. Esposi con lui in una mostra collettiva a 17 anni a Trieste. A Vienna, molto più tardi, scoprii plasticità e tridimensionalità, come percepire l’artefatto a forma serpentinata. Per due anni fui allievo di Fritz Wotruba, il nostro demiurgo del moderno, così come i vostri Marini e Manzù, ma meno maniera e più solidità epica. Tuttavia la nozione dello spazio tra le singole figure, il vuoto e il fra, mi hanno fatto slittare nell’architettura. Ancora oggi però devo far attenzione a non incastrarmi in configurazioni di overdose scultorea.

Architettura come scultura del paesaggio?
Sì, nel senso di un dialogo contestuale, se il paesaggio se lo merita. Ma non amo il rapporto troppo stretto tra scultura e architettura. Nell’arte generalmente l’autore ha libertà assoluta per il suo ideogramma che deve rompere o cambiare il mondo. L’architettura sì, che si nutre dell’aroma dell’arte ma in fin dei conti è soprattutto un intelligente compromesso dove si decide in plurale e che costa ben di più che l’arte. Se non gradisco un quadro, posso girarlo o mettere la scultura in cantina. Ma un’abitazione in cui sono condannato a vivere non posso eliminarla o spostarla. L’uomo più triste del mondo può abitare nella casa più bella del mondo e viceversa. In architettura è presente una complessità molto più disseminata e allo stesso tempo virulenta anche perché il suo profano “sporca” l’aura dell’arte.

Facciamo un passo indietro: lei ha un vissuto in molti Paesi, la sua giovinezza l’ha trascorsa a Trieste e parla perfettamente la nostra lingua. Si sente un po’ italiano?
Beh, il mio italiano è alquanto maccheronico e a Vienna lo parlo molto meno che all’epoca degli studi. Siccome costringo, senza molto successo, i miei collaboratori italiani a imparare il tedesco, le occasioni di comunicare in italiano sono ben poche.
Il mio territorio, quello della struttura mentale e affettiva è l’Europa centrale, o, come la chiama l’amico Magris, la Mitteleuropa, in questo contesto c’è anche l’Italia.

Ho letto che lei da ragazzo era un calciatore quasi professionista. La sua passione per lo sport ha avuto poi qualche ricaduta nel suo modo di fare architettura?
Giocavo nella Triestina come portiere e feci qualche partita in serie A, poi volevano comprarmi la Sampdoria e il Teramo. Mia madre pianse in vestaglia per una settimana come la Madama Butterfly, a quel punto mio padre mi frenò. A scuola ero un pessimo allievo ma sempre una star in arte e sport.
Più tardi, quando ci trasferimmo in Austria, giocai nel Vienna in serie A, ma ebbi due volte consecutive i portieri della nazionale davanti a me. A 24 anni dovetti decidere, o sport o Bohème, optai per quest’ultima. Penso però spesso, nei periodi tesi e duri della professione, di aver sbagliato. Perché non ho fatto l’allenatore? Sono sicuro che avrei fatto carriera almeno come Mourinho… Il calcio mi appassiona e assorbe. Guardo anche alle due di notte l’Angola contro il Togo. Dopo le partite rimemoro le parabole, i calci d’angolo e le punizioni, il tic tac del Barcellona e ho già costruito nella mente una piccola cattedrale di fil di ferro.

Chi sono gli architetti ai quali si è ispirato?
Ho scoperto e pubblicizzato Plečnik, il più grande talento della scuola di Wagner, con la mostra al centro Pompidou. Ma ho due amori costanti e in sordina, lo svedese Sigurd Lewerentz (1885-1975) e l’altro il più geniale all-rounder del moderno, Frederick Kiesler (1890-1965), del quale ho allestito la sua prima mostra a Vienna poi ampliata al Whitney Museum di New York.

Lei ha curato numerose mostre e una famosa su Carlo Scarpa. Cosa la attraeva di più di questo architetto italiano?
La texture parlante e il dettaglio nautico.

Veniamo alla tecnologia: tra High Tech e Low Tech cosa sceglie? Può anche rispondere che non sceglie nessuno dei due…
Infatti! Sono dall’altra parte rispetto all’appariscenza degli slogan.

Attualmente è molto impegnato in Italia. È facile o difficile operare nel nostro Paese, intendo per il modo di lavorare, i tempi e la burocrazia? E quale è il progetto realizzato in Italia a cui è più legato? E perché?
Lavoro in 8 paesi europei e in 4 di loro ho cantieri aperti. Il paese del più straziante iter, dall’impedimento a priori, è sicuramente l’Italia. Da un lato ci sono le assurdità burocratiche. Faccio un esempio: per poter svolgere qualsiasi lavoro devo obbligatoriamente firmare un documento in cui dichiaro di non essere un membro della mafia. Poi la tortura e il peso della storia, con le vostre soprintendenze che portano a un immobilismo e impediscono la rianimazione della città. Un progetto “matto” è quello di Napoli della nuova Metro. Un’enorme scatola in cemento armato di un centinaio di metri di lunghezza e 35 di altezza con cinque differenti livelli e l’ultimo con il tube della metro sulla Margellina ma il tutto sott’acqua. Il grezzo della piazza soprastante e della scatola già c’è, ora iniziamo a rivestirlo.

Ci racconta dei due progetti a cui sta dedicandosi in questo momento che la coinvolgono di più?
Uno è il lavoro derivato da un concorso internazionale per l’area della stazione di Bolzano, di 36 ettari, e dove stiamo concludendo il masterplan. L’altro, un concorso a inviti, per un Business Center, un Campus per la vostra Unicredit Bank Austria. Una città nella città, con molte infrastrutture urbane, Kunsthalle, albergo, ristoranti, mercato, kindergarten, assistenza medica, negozi. Anche qui si riflettono strutture e corti terrazzate e coperture verdi che garantiscono un microclima idoneo al luogo. In tutta la muscolatura del progetto si associa l’idioma dell’architettura.

Una domanda un po’ impertinente: se non fosse stato Boris Podrecca, chi sarebbe voluto essere?
Freud avrebbe risposto der Gleiche im anderen, lo stesso nell’altro… una risposta ermetica?

(Foto: Jean-Michel Péricat)


Biografia
Frequenta le scuole elementari e superiori a Trieste, studia architettura al Politecnico e all’Accademia di Vienna. È professore a invito a Losanna, Parigi, Venezia, Philadelphia, Londra e Harvard-Cambridge, Boston, Vienna. Dal 1988 è professore ordinario e direttore dell’Istituto di progettazione architettonica e teoria dello spazio all’Università di Stoccarda. Svolge attività professionale negli atelier di Vienna e Venezia. Fra i lavori realizzati si trovano numerosi centri commerciali e residenziali: il centro direzionale delle Assicurazioni “La Basilese” a Vienna, la Millenium Tower (con Peichl e Weber) , il Vienna Biocenter e recentemente l’Hotel Kempinski a Vienna; il centro alberghiero e commerciale Grifone a Bolzano, l’Hotel Mons a Lubiana, gli alberghi a Dubrovnik e Zara e il Museo della ceramica a Limoges; numerose piazze e spazi pubblici a Leoben, St. Pölten, Vienna, Salisburgo, Klagenfurt, Stoccarda, Pirano e Spalato, Trieste, Cormons, Motta di Livenza; il parco archeologico di Teodorico a Ravenna e la Via Mazzini di Verona. Ha vinto numerosi concorsi internazionali, recentemente l’areale ferroviario di Bolzano e l’ “UniCredit Bank Austria Campus” di Vienna. Un altro campo di vasta attività comprende l’allestimento di grandi mostre come quella sul Biedermeier al Künstlerhaus di Vienna, su Plecnik al Centre Pompidou di Parigi, sull’unificazione delle due Germanie al Martin Gropius Bau di Berlino, sulla città rinascimentale al castello di Karlsruhe, sul giubileo – mille anni dell’Austria a Vienna, sulla storia centennale dell’urbanistica europea al NAI di Rotterdam e sull’epoca degli Strauss a Vienna, Pechino e Hong Kong. È stato nominato Chevallier des Artes et Lettres dal Presidente della Repubblica Francese e Membro onorario dell’Unione degli architetti tedeschi, ha conseguito il Gran premio per l’architettura della città di Vienna, il premio San Giusto d’oro a Trieste, il Principe e l’Architetto a Milano, e ultimamente il Vergilius d’Oro a Mantova. Inoltre è stato insignito Dottore honoris causae dalle Università di Maribor e Belgrado.

(Foto: Jean-Michel Péricat)
(Foto: Jean-Michel Péricat)
(Foto: Miran Kambič)
(Foto: Miran Kambič)
(Foto: Christian Homolka)
(Foto: Christian Homolka)
(Foto: Jean-Michel Péricat)
(Foto: Jean-Michel Péricat)
(Foto: Christian Homolka)
(Foto: Christian Homolka)

 

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