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Carlo Cafferini. Ogni facciata è un concentrato di storie che aspettano solo di essere raccontate


Il primo incontro di Carlo Cafferini con l’architettura è stato quasi casuale e piuttosto tardivo: non è un architetto e non ha studiato architettura, tuttavia, complice un lavoro in un centro stampa nei pressi della Facoltà di Ingegneria della sua città, ha vissuto per due anni a stretto contatto con aspiranti ingegneri, architetti e professionisti del settore, supervisionando la stampa di tavole e progetti. Appassionato di fotografia fin da piccolo, ha unito questa passione con quella crescente per l’architettura, in particolare contemporanea.

L’approccio frontale e “bidimensionale” è forse quello più ricorrente nella sua fotografia di architettura: spesso tende a comporre le sue immagini isolando un edifico o meglio la sua facciata dal contesto generale. La facciata diventa quasi astratta, assume una dimensione surreale: potrebbe appartenere a un qualsiasi edificio di una qualsiasi città. Esiste solo la facciata e quello che riesce a trasmettere e raccontare attraverso i suoi elementi architettonici. Sicuramente a questo approccio hanno contribuito le centinaia di prospetti che sono passati davanti ai suoi occhi durante le ore di lavoro. È quasi un tentativo di restituire in chiave fotografica la dimensione grafica e cartacea dei progetti stampati.

Carlo Cafferini è profondamente attratto da tutte le storie che si possono celare dietro le mura e le finestre di un palazzo: pensa infatti che, dietro l’apparenza (la facciata appunto) di acciaio o pietra inanimata e senz’anima, un edificio sia in realtà pieno di vita.

L’architettura è un’entità vivente, che parla un linguaggio tutto suo fatto di facciate colorate o dai toni neutri, finestre aperte e chiuse, panni stesi, tende chiuse o appena scostate… Crede che l’architettura sia in grado di esprimere sentimenti, concetti, idee proprio come una persona e questo è un tema ricorrente nella sua fotografia.

Un edificio resiste al suo posto magari per secoli, mentre tutto attorno ad esso cambia e si trasforma: non solo la città che lo circonda, ma anche i suoi abitanti. Tutti questi cambiamenti, tutte queste vite che si susseguono al suo interno lasciano un segno, una traccia indelebile nell’edificio stesso.

Le finestre sono il principale tramite, il collegamento tra noi e un edificio, la via più immediata che un edificio utilizza per comunicare con noi: è attraverso di esse che noi possiamo dare un’occhiata all’interno ed è sempre attraverso le finestre che un edificio ci osserva ed osserva ciò che accade al di fuori. È sempre attraverso le finestre che gli abitanti di un palazzo lasciano un segno della loro presenza o assenza: una luce accesa, una tapparella chiusa o una tenda scostata, biancheria stesa ad asciugare… Le finestre, al di là della loro essenziale funzione di illuminazione e ventilazione, sono anche uno strumento utilizzato dagli architetti per caratterizzare i progetti esprimendo la loro creatività; non è difficile incontrare specialmente negli edifici più recenti finestre dalla forma bizzarra, dalle dimensioni più svariate e posizionate in modo inconsueto. È l’architetto che si esprime attraverso di esse, ma allo stesso tempo è l’architettura che parla attraverso l’architetto.

Ogni facciata è un concentrato di storie, di vite che aspettano solo di essere raccontate: sta a noi tendere l’orecchio per cogliere il linguaggio ‘muto’ dell’architettura ed interpretarlo.

Sito web: www.carlocafferini.com

Yellow (from 'Living architectures' project). © Carlo Cafferini
Yellow (from ‘Living architectures’ project). © Carlo Cafferini
Vortex (from 'Fantasy Motel' project). © Carlo Cafferini
Vortex (from ‘Fantasy Motel’ project). © Carlo Cafferini
Spring Explosion. © Carlo Cafferini
Spring Explosion. © Carlo Cafferini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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