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A colloquio con Mario Bellini


Designer nella prima vita, progettista nella seconda, internazionale sempre. E ora dalle due vite ha maturato un approccio olistico alla professione.
di Luigi Prestinenza Puglisi

Mario, presentati brevemente.
Mi conosci bene, presentami tu.

Mario Bellini, otto compassi d’oro, una vita divisa in due: prima designer di successo, adesso architetto di fama internazionale… E la terza fase quale sarà?
Sommando le due vite si ottiene la condizione degli architetti del Novecento che disegnavano dal cucchiaio alla città. Ai tempi di Frank Lloyd Wright o di Le Corbusier era normale essere insieme designer e architetto. Nel dopoguerra questa condizione si è persa. Tanto è vero che ho fatto fatica a far capire che Bellini architetto non era il fratello di Bellini designer. Oggi bisogna ricominciare a pensare che è possibile, anzi necessario, avere un approccio olistico e quindi complessivo verso la progettazione e non uno settoriale e specialistico.

Come vedi il connubio di architettura e sostenibilità?
Come una moda per vendere meglio. Per carità, la consapevolezza ecologica è un fatto dovuto. Se non ti poni il problema dell’ambiente vuol dire che sei proprio fuori dal mondo. E poi ci sono le leggi che giustamente impongono che i prodotti debbano essere riciclabili, recuperabili, a basso consumo.

Quindi quello che contesti è che l’architettura sostenibile debba avere un’immagine particolare?
Esattamente. Se diventa un modo per incipriare gli edifici mi convince poco. D’altra parte oggi è obbligatorio per esempio che un edificio sia antisismico. Ma, non vedo motivo perché questa caratteristica si trasformi in un’immagine. E poi come potrebbe essere l’apparenza di un edificio antisismico?

Quindi niente pareti e tetti verdi?
Possono esserci ma se hanno un significato e una funzione che non sia il semplice frutto di un’operazione estetica, di maquillage architettonico. Insomma solo se è una scelta progettuale di ordine superiore. E, aggiungerei, che abbia anche considerato i costi di manutenzione. E poi i rampicanti sulle case ci sono sempre stati e alcuni sono bellissimi.

C’è differenza tra design e architettura?
Il fattore di scala. Un oggetto non può essere la miniatura di un palazzo e viceversa. Per capirci: una sedia è una sedia perché entra in un certo rapporto con il nostro corpo. E si tratta di un rapporto diverso da quello che noi abbiamo con un edificio. Pensa, infine, a quanto sono brutti e inutili gli edifici che sembrano dei giocattoloni.

Passiamo a un altro argomento. Bisogna essere moderni?
A me interessa il moderno e non il modernismo. Moderno vuol dire che vivi il tuo tempo. Il modernismo è invece solo uno stile.

È difficile lavorare in Italia?
Molto difficile.

Perché?
L’architettura, dicevano gli antichi, ha bisogno di un buon padre e di una buona madre. Il padre è il committente, la madre l’architetto. L’architettura del Cinquecento, per esempio, era figlia di una committenza illuminata. E sono nati i capolavori. Oggi non c’è una committenza all’altezza. Soprattutto nel pubblico. E anche se si trova un buon amministratore ci sono mille lacci e laccioli in forma di leggi e regolamenti complessi e a volte in contraddizione tra loro. La Merloni, che è stata una legge fatta per impedire la corruzione, ha reso ancora più difficile lavorare. È tutto il meccanismo che è lento e farraginoso. E poi “il massimo ribasso”: un suicidio. Hai mai fatto caso che i bandi non contengono mai le parole bellezza, qualità, arte? Non sono diversi dai bandi per le imprese di pulizia.

E all’estero?
In Francia, in Germania, in Australia, in Giappone e direi in tutto il mondo ho avuto ottime esperienze. Devo però dire che in Italia era andato bene il lavoro per la grande biblioteca di Torino. Ma, alla fine, pagati gli esecutivi, non ci sono più i soldi per la realizzazione. Dieci anni di lavoro e danaro pubblico, andati in fumo.

Il progetto al quale sei più affezionato?
Tutti ma forse di più a Villa Erba a Cernobbio, uno dei primi. Sta invecchiando bene e la durata è un fattore importante in qualsiasi progetto.
Un altro recente è il Louvre. Ci ho lavorato sette anni anima e corpo. Una bella esperienza sul versante creativo e della tecnica. Quello francese è un impeccabile meccanismo di promozione e di controllo. In Francia hai grosse responsabilità come progettista. Eppure lavorare là è un piacere. Infine il Tokyo Design Center.

Low tech o high tech?
Solo tech. Tecnica e arte si fondono e nessuna deve prevalere a scapito dell’altra.
Renzo Piano dice che la tecnica è come un autobus, ti serve per andare da qualche parte…
Sì, è un mezzo. Che va utilizzata e coltivata con generosità. Non la si può delegare solo agli specialisti. Però non deve diventare fine a se stessa, servire cioè solo per farne sfoggio.

Ci parli del tuo progetto al Louvre?
Una nuvola dorata che contiene la collezione delle arti dell’Islam e la custodisce, abbracciandola e schermandola dal carattere settecentesco della corte in cui si trova. Mi piace pensare che in questo contenitore l’arte islamica non si senta inferiore o tollerata ma come un ospite gradito.
L’edificio nuovo si pone rispetto alla corte in una relazione che definirei di rispetto. Non finge di essere antico ma, nello stesso tempo, non aggredisce la preesistenza. Se sei dentro, piano piano scopri le facciate esterne e vedi il cielo. Infine, sembra che da un momento all’altro possa prendere il volo. Ovviamente tutto questo è ottenuto adoperando una tecnologia sofisticata che però non è mai fine a se stessa.

Quali sono oggi i migliori mercati per l’architettura?
Sino a poco tempo fa si sarebbe detto: dove gli abitanti amano l’architettura e dove c’è l’energia sociale ed economica, cioè Cina, Russia, Emirati.

E l’Africa?
È un mosaico di situazioni diverse e a volte contraddittorie. Ancora non mi sembra che ci sia un quadro chiaro.

E il Giappone?
Sino agli anni Novanta il Giappone è stato il paese delle meraviglie. Un paese per me fortunato perché mi ha dato occasione di realizzare numerose opere. Adesso, dopo un sonno di venti anni, sembra riprendersi.

Se non fossi stato Mario Bellini, chi saresti voluto essere?
Un poeta. La scrittura per me è magia.

(Foto di apertura: Mario Bellini, © Albert Greenwood)

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Centro Espositivo Villa Erba, Cernobbio, 1990.
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Museo di Arte Islamica al Louvre, Parigi, 2012. © Raffaele Cipolletta
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Tokyo Design Center, 1992.

 

 

 

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