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Le Corbusier e Lucien Hervé, un incontro di sguardi tra architettura e fotografia



L’insostenibile leggerezza del calcestruzzo immerso nel sole indiano di Chandigarh, attraversa la carta ai sali d’argento con fenditure di luce quasi pura. Il cemento armato, come in una tela realizzata a colpi di spatola, si arrende, in tutta la propria rudezza, al fluire delle diagonali che imperversano ovunque, sia nel corpo delle architetture sia nella danza della luce. È questo ritmo serrato e intimo a fornire il tratto fondante di un incontro tra l’architettura di Le Corbusier e la fotografia di Lucien Hervé, in mostra presso gli spazi di C2contemporanea2 a Firenze.

I due si incontrano nel 1949, sul piano inclinato di un modernismo che mette a frutto la ricerca delle avanguardie storiche e pensa al futuro attraverso una libertà d’intuizione che non nega, ma rafforza, un sistema di codici più ampio. Con i suoi studi anti-accademici e onnivori, Le Corbusier rappresenta la figura dell’architetto “armato”, del pensatore costruttore che scrive almeno quanto disegna e dipinge almeno quanto progetta. Hervé, con le sue peregrinazioni tra l’alta moda – è disegnatore a Parigi – la politica, la fotografia di reportage e la scrittura, è a suo modo un uomo di acuto ingegno. I due guardano al mondo in maniere simili, aperte. Nel corso degli anni Cinquanta il sodalizio tra i due si gioca proprio su questo sguardo che li accomuna.

Saper fotografare l’architettura significa raccontarla in quella dimensione spaziale che proprio alla fotografia è preclusa: la terza dimensione, la profondità. Una vera sfida, che Hervé vince. Nell’opera di Le Corbusier vi si aggiunge anche una quarta dimensione, una dimensione emotiva, sentimentale e percettiva. La sua architettura è sistematica, ma vibrante: ruota attorno all’uomo. La sfida dell’epoca assunta e decrittata dall’archistar ante litteram è quella “utopica” di democratizzare il comfort, il benessere, la bellezza. In una parola: l’architettura. Essa è, in questo senso, la disciplina principale che riunisce le altre arti e che legandosi all’urbanistica vivifica la tradizione millenaria del pensiero idealistico e politico della città ideale (da Campanella a Tommaso Moro, solo per stare tra i moderni).

Le Corbusier progetta Chandigarh come sunto della sua filosofia architettonica e urbanistica. La città nuova sarà la capitale del Punjab indiano, voluta dal primo ministro Jawâharlâl Nehrû, il quale la desidera così: “una città nuova, simbolo della libertà dell’India, liberata dalle tradizione e dal passato; una città espressione della fiducia della nazione nel suo avvenire”. Hervé vi passerà due volte e la fotograferà con uno stile che la critica riconosce come legato al costruttivismo e al post-cubismo. In verità, le foto qui esposte potrebbero essere riprese direttamente da un film fondativo dell’estetica espressionista nel cinema tedesco dei primi anni del XX secolo. Si tratta di Metropolis, film epocale di Fritz Lang che ritrae la città del futuro come un meccanismo fatale, un Moloch architettonicamente avveniristico che ingurgita uomini ridotti a schiavi. Il film di Lang, così come altri suoi capolavori, primo fra tutti Il gabinetto del dottor Caligaris, è giocato sulle diagonali più che sulle regolarità di ascisse e ordinate, alle quali la nostra visione è abituata. I tagli di luce sono netti e potenti. Nelle foto di Hervé queste caratteristiche appaiono in modo marcato e assumono il compito di guidare l’occhio verso una percezione inconsueta e una dimensione emotiva avvolgente, conturbante, piena di pace ma anche metafisica. Ciò non poteva lasciare Le Corbusier indifferente, essendo la vibrazione dello spazio un elemento, quasi mistico, da lui ostinatamente ricercato.

In generale si può dire che la “città ideale”, non viene fuori soltanto dal progetto dell’architetto, né soltanto dall’idea dell’urbanista: forse essa assume la propria consistenza proprio dentro il ritratto moderno eseguito per “sommi” capi, che la fotografia è capace di farne quando assume su di sé la responsabilità del racconto, della sensazione, trasformando gli elementi architettonici in idee, visioni, sentimenti. Hervé lo ha fatto e Le Corbusier lo ha eletto a suo fotografo fino al 1965, permettendo al fotografo ungherese di costruire un archivio di 20mila negativi che lo rendono uno dei testimoni più importanti dell’architettura di Le Corbusier e dello spirito del tempo.

© Nicola Davide Angerame

(Foto di Lucien Hervé, Chapelle de Ronchamps, architetto Le Corbusier, 1954

Lucien Hervé, Marseille, Francia: L'Unité d'habitation, architetto Le Corbusier, 1952
Lucien Hervé, Marseille, Francia: L’Unité d’habitation, architetto Le Corbusier, 1952

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