single-image

Diverserighestudio. Tre giovani architetti si presentano


Simone Gheduzzi, Nicola Rimondi, Gabriele Sorichetti sono i tre partner di diverserighestudio che abbiamo incontrato per questo numero. Disdegnano le mode e l’individualismo e credono nei valori del lavoro di gruppo e della partecipazione.

di Luigi Prestinenza Puglisi

Perché vi chiamate diverserighestudio? È un nome strano…
Il nome diverserighestudio suggerisce una compresenza di linee di forza. Noi crediamo che l’architettura sia una disciplina intrinsecamente dialettica, che contiene sia la dimensione artistica che quella scientifica. Puntiamo a diverse alleanze operative finalizzate alla realizzazione di un progetto particolare. Quindi lo studio come attività umana che, permettendoci di conoscere il mondo, ci consente l’assunzione di responsabilità nel trasformarlo.

E adesso presentatevi brevemente ai nostri lettori. Chi siete, quanti anni avete, quando avete cominciato a lavorare insieme…
Siamo tutti classe ’75 e proveniamo dalla Facoltà di Architettura di Ferrara. L’università ha sicuramente influenzato il nostro cammino. Passiamo molto tempo a confrontarci. Pensa che dialoghiamo ininterrottamente per due giorni alla settimana, questa compresa. Pensiamo che un architetto oggi debba rinunciare a parte del suo individualismo a favore di una più ampia conoscenza comune. La nostra architettura è scrittura collettiva.

Ho letto che siete degli specialisti di sociologia urbana. Come entra questa disciplina nei vostri progetti?
Cerchiamo di ascoltare e leggere le realtà in cui veniamo chiamati a operare e, insieme, nel considerare il nostro ruolo con una forte impronta civile ed etica.

In che senso?
Vorremmo tornare a dare senso sociale al lavoro dell’architetto. Sentiamo l’esigenza di costruire operazioni dotate di senso che siano in grado di generare linguaggi e strumenti comuni tra abitanti e luoghi. L’architettura per noi è un supporto alla socialità.

Nello stesso scritto si parla del vostro interesse per la sostenibilità ambientale e paesaggistica. Cosa è oggi, secondo voi, la sostenibilità? Come possono perseguirla i progettisti?
È una strada obbligata: dal paesaggio all’energia, dai materiali alle tecniche costruttive, sino all’alimentazione. Pensiamo che una particolare attenzione e sensibilità debba essere mostrata verso le persone che utilizzeranno, vivendoci, le opere di architettura, e questo sia dal punto di vista sociale, sia del benessere fisico, del paesaggio acustico, dell’armonia visiva.

In che modo i vostri edifici tengono conto del luogo?
Nel primo periodo di attività dello studio abbiamo lavorato sul tema della residenza collettiva, con edifici realizzati nel contesto della provincia nord-italiana. Abbiamo puntato a rendere più liberi gli utenti, recependone i bisogni e permettendone l’autonomia espressiva. E provato a sensibilizzare la committenza all’importanza di vivere in un quartiere dove le relazioni tra gli individui fossero al centro della strategia progettuale. Insomma abbiamo concepito il luogo come un sistema di relazioni tra gli abitanti visti come individui.

Quali accorgimenti energetici utilizzate?
Pensiamo che l’edificio debba consumare poca energia per funzionare. L’isolamento dell’involucro alle nostre latitudini è fondamentale, così come il controllo solare che tanto incide sui consumi energetici estivi e può generare il disagio degli utenti. In un edificio che richiede poca energia diventa possibile prevedere soluzioni impiantistiche semplificate, con risparmi di costi e manutenzioni. Il know how quindi piuttosto che l’high tech.

Un vostro edificio si chiama Casalogica. Perché lo avete chiamato con questo nome? Dove sta la logica?
La sua caratteristica principale è ospitare differenti nuclei: dalla coppia di anziani al single, dalla tradizionale famiglia a gruppi di amici, dal disabile all’immigrato. Casalogica è insomma un ibrido tipologico. Tuttavia le sue unità sono inserite in un disegno unitario e ogni famiglia si può riconoscere con l’intero edificio. È un modo di esaltare la dimensione collettiva a scapito di quella individuale, ma senza negarla.

Un altro vostro edificio, finalista nel 2013 al premio Fondazione Renzo Piano, si chiama Acupuncture#3. Cosa vuol dire? E, poi, perché #3? Ce ne sono altri?
Acupuncture#3 sono residenze mono e bifamiliare che, come in un agopuntura, si inseriscono puntualmente all’interno di realtà urbane diversificate. Cerchiamo di dimostrare che esistono nuove forme dell’abitare che possono generare luoghi. Luoghi che partano dall’ascolto della committenza e, insieme, da un’idea di socialità e di rispetto dell’altro.

Quali sono le difficoltà e le opportunità che si incontrano a lavorare in Italia e, in particolare, a Bologna, dove avete la vostra sede?
A noi interessano le opportunità e pensiamo che Bologna sia in questo momento storico un grande laboratorio nazionale per sperimentare nuove forme dell’abitare. Per raggiungere tale obiettivo stiamo realizzando il Piano Strategico Metropolitano. Lo abbiamo detto al II Forum cittadino: Bologna non vuole condividere un progetto, ma un’idea di progetto.
A differenza di altri esempi internazionali, come Londra o New York, in cui gli indirizzi venivano calati dall’alto, il PSM concede la massima capacità di ascolto chiedendo in cambio una elevata collaborazione tra tutti gli attori col fine di immaginare connessioni e risorse finanziarie necessarie per la realizzazione dei progetti. È un passaggio storico: dal progettare forme nello spazio si sta passando a progettare forme nel tempo, ossia nuove forme di relazione in grado di attivare processi virtuosi tra governo e cittadini. È il concetto di city vision of relationship, ovvero di sviluppo delle potenzialità dei nuovi modelli di vita.

Oggi un numero crescente di studi di progettazione italiani cerca sbocchi all’estero. Voi lo state facendo o avete intenzione di provarci?
Sì, obiettivo dello studio – da raggiungere nei prossimi due anni – è il confronto con altre culture e contesti.

Committenza pubblica o privata? Concorsi di progettazione o incarichi diretti?
All’inizio le opportunità lavorative provenivano da committenze private attraverso incarichi diretti e bandi. Grazie alle ricerche e alle opere realizzate nel campo delle residenze collettive e a una costante attenzione sulla metamorfosi dello spazio pubblico è stato successivamente possibile vincere alcuni appalti pubblici tra cui la realizzazione di un co-housing a Bologna. È stato promosso e gestito dall’Amministrazione Pubblica, che ha immaginato la casa come servizio e non come un bene economico, così come era accaduto negli ultimi venti anni nel mondo dell’edilizia speculativa.

Qual è il progetto al quale siete più legati? Non deve essere necessariamente uno realizzato…
Corte Campadelli, una casa del popolo, con il quale abbiamo vinto il Primo Premio Internazionale Architettura Sostenibile.

Una parte consistente del mercato edilizio è nel recupero dei vecchi manufatti. Voi vi occupate di questo settore?
Oggi per fortuna il consumo di suolo è politicamente bandito, così ci troviamo a operare esclusivamente su contenitori esistenti che mutano la propria destinazione d’uso. È una modalità di lavoro che esige un’attenta lettura della storicità del luogo e che prevede, insieme, una contestualizzazione locale e una visione globale. Stiamo operando su questo fronte con il progetto della Biblioteca Multimediale dell’Alma Mater Studiorum all’interno del Laboratorio di Progettazione dell’Area StaVeCo, con la ristrutturazione e rifunzionalizzazione dell’Antica Reale Farmacia Gallina Toschi e con la rigenerazione dell’Area Industriale Ex Eridania a Molinella, in provincia di Bologna.

Utilizzate di più le vecchie tecnologie o le nuove? Siete nostalgici del passato?
Siamo rivolti verso le nuove tecnologie costruttive, esplorando comunque in via preventiva le pratiche e le tecniche proprie del luogo. Cerchiamo sempre di scegliere il sistema costruttivo più adatto al progetto, pratica che ci ha portati a costruire con legno, acciaio, laterizio e cemento, con sistemi di industrializzazione del cantiere o artigianali spinti fino all’auto-costruzione. È sicuramente un approccio dispendioso dal punto di vista del progetto, ma che ci permette di proporre sempre la soluzione più appropriata al committente.

Questa rivista è un progetto editoriale di Kerakoll. C’è un prodotto edilizio che vi piacerebbe che fosse scoperto o inventato e poi messo sul mercato da un’industria come la loro?
Sarebbe di notevole interesse immaginare la possibilità di sperimentare un prodotto con il quale si possa fissare la stratigrafia storica degli edifici esistenti da recuperare in grado di contenere le dispersioni termiche: una sorta di liquido trasparente che eviti il rivestimento in cappotto termico di opere che non meritano un vestito così poco elegante.

Progetti per il futuro?
Certamente sì, a costo di inventarli.

(Foto: Diverserighestudio, © Fulvio Bugani)

Corte Campadelli, recupero di corte colonica e nuova sala polivalente, Bologna, 2007. © Nicola Jannucci
Corte Campadelli, recupero di corte colonica e nuova sala polivalente, Bologna, 2007. © Nicola Jannucci
Casalogica, Progetto unitario ed edificio per residenze (scorcio), Bologna, 2010. © Davide Menis
Casalogica, Progetto unitario ed edificio per residenze (scorcio), Bologna, 2010. © Davide Menis
Acupuncture#2, Casa mono familiare, Bologna, 2013. © Davide Menis
Acupuncture#2, Casa mono familiare, Bologna, 2013. © Davide Menis
Acupuncture#3, Casa pluri familiare, Bologna, 2012. © Davide Menis
Acupuncture#3, Casa pluri familiare, Bologna, 2012. © Davide Menis

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

You may like