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Francisco Salamone, l’architetto della Pampa nelle foto di Stefano Nicolini


Dal 10 al 28 febbraio 2014 alla Casa dell’Architettura di Roma è in mostra il lavoro fotografico di Stefano Nicolini: 34 immagini in due formati (30×40 e 60×90) in bianco e nero realizzate in stampa chimica ai sali d’argento su carta baritata. In questa mostra vengono esaltate caratteristiche professionali del vulcanico architetto italo-argentino Francisco Salamone, nato in provincia di Catania nel 1897 ed emigrato in Argentina a quattro anni.

Astrattismo figurativo, gigantismo, uso della metafora, prospettiva dinamica, protagonismo delle linee verticali, magnificazione della tecnologia, tutte enfatizzate dall’utilizzo del cemento armato, la “pietra liquida” che si stava scoprendo proprio all’epoca e che permetteva di arricchire con innovative curvature le nuove architetture.

La distorsione delle linee in alcune delle 34 immagini in mostra – tutte realizzate in pellicola, ottenute utilizzando il grandangolare, soluzione inusuale nella fotografia di architettura – è un omaggio dell’artista Nicolini alla nuova e appassionata indagine di forme e volumi condotta da Salamone, una metafora fotografica della metafora creativa del grande architetto italo-argentino, riscoperto soltanto negli ultimi anni nel suo paese di adozione. L’uso del bianco e nero è un altro strumento di cui si serve Stefano Nicolini per cogliere la genialità interpretativa di Salamone e contribuire, attraverso l’accentuazione dei contrasti cromatici di alcuni scatti, a una lettura al contempo più intima ed estasiata del suo lavoro.

Francisco Salamone fu uno degli artefici della prima urbanizzazione di trentuno umili insediamenti nella pampa argentina a sud-ovest di Buenos Aires, ex avamposti di frontiera, cresciuti intorno alle stazioni ferroviarie e ai presidi militari, nei quali sorsero, tra il 1936 e il 1940, decine di edifici pubblici, primi segnali del progresso che sarebbe poi arrivato nella seconda metà del Novecento.

Ecletticità ed energia smisurate gli permisero di curare personalmente ogni aspetto delle settanta opere realizzate nella pampa: dalla progettazione alla direzione tecnica, al disegno, alla scelta dei materiali di ogni arredo di interni (dai battiporta al mobilio, agli articoli per l’illuminazione ideati in centinaia di modelli), urbano (panchine, lampioni, pavimentazioni, fontane, basamenti per pennoni, colonnati, architettura dei giardini), fino alla riproduzione artistica ad olio e a tempera dei propri progetti. In appena 40 mesi videro la luce: 11 municipi, 16 delegazioni municipali, 11 parchi pubblici e piazze, 17 mattatoi, 7 portali, 4 cimiteri, 1 scuola, 2 mercati.

In quel decennio anche la regione ispano-americana risentì dell’influenza culturale in architettura dei governi totalitari egemoni in Europa, stalinismo, fascismo e nazismo, ma anche degli Stati Uniti di Rooswelt in pieno New Deal, nazioni che edificando grandi opere miravano a esprimere la loro forza e a consolidare la loro immagine in prospettiva storica ricercando un nuovo linguaggio architettonico che esprimesse lo spirito rivoluzionario. Nei suoi progetti Francisco Salamone seppe superare l’immagine corporativa dello stato assolutista in parte assecondata in alcune sue opere, andando ben oltre un piatto allineamento alle parole d’ordine di verticismo, ordine e lavoro.

Il “grido nel paesaggio” che egli lanciò alla vastità delle pianure e dei cieli della pampa, che da sempre avevano plasmato un’architettura “dismessa”, espressa in spazi minimi di linee orizzontali, si diffuse attraverso verticalità che se da un lato ne indicava l’influenza futurista dall’altro lo aiutava a concretizzare la convergenza tra monumentalizzazione e rispetto per le linee classiche.

Il suo lavoro è stato inquadrato dai critici in un’“Art Dèco di Stato”, ibridata di classicismo e modernità, in cui immancabilmente la sua esuberanza espressiva coniuga l’elemento funzionale con quello strutturale, il simbolico con il decorativo. Le 34 fotografie di Stefano Nicolini rappresentano un brillante e attento riconoscimento alla compiutezza dell’opera salamoniana.

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