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Tomas Ghisellini, giovane architetto, bravo e abbastanza fortunato

Tomas Ghisellini è giovane, è bravo e abbastanza fortunato: a 35 anni ha già realizzato diverse opere, le tre più importanti a seguito di concorso. Un avvenimento raro in Italia dove concorsi se ne fanno pochi, non sono vinti dai giovani e nella gran parte dei casi rimangono sulla carta.
di Luigi Prestinenza Puglisi

Come ti presenteresti ai nostri lettori?
Dopo la tua introduzione non saprei cosa aggiungere. Posso però dirti che mi piacerebbe che fossero i miei progetti a parlare per me.

E allora parlami delle tue architetture…
Desidererei che esprimessero equilibrio, precisione, misura.

Sono queste le qualità che hanno convinto i giurati quando hai vinto il concorso per la scuola a Cenate di Sotto?
Non saprei, certo ho puntato molto sulla chiarezza dell’idea. Consisteva nel ritagliare per i bambini una corte nascosta e sicura nel cuore dell’intervento: una fortezza urbana per custodire, proteggere e far crescere il tesoro più prezioso della comunità.

Nella scuola ci sono numerosi accorgimenti per la sostenibilità. Uno di questi sono i camini eolici. Ce ne vuoi parlare?
Un semplice sistema di captazione, regimentazione e conduzione delle correnti aeree naturali ha consentito di evitare l’installazione di un costoso sistema meccanico di ricambio forzato dell’aria. La scelta mi è particolarmente cara perché appartiene al bagaglio di conoscenze dell’architettura mediterranea e di molte civiltà preindustriali. Ci ha permesso di evitare tecnologie costose e sofisticate, convinto come sono che la sostenibilità sia prima di ogni altra cosa ragionevolezza, conoscenza, buona progettazione.

Quali altri accorgimenti hai adottato per ridurre i consumi o per ottenere energia rinnovabile?
Pannelli solari termici ultrapiatti posizionati sulla copertura inclinata della palestra esposta a mezzogiorno forniscono il 100% dell’acqua calda sanitaria, mentre un impianto fotovoltaico integrato, completamente invisibile, produce elettricità pulita per una potenza di 40 kWp, regalando al complesso la completa autonomia energetica e la possibilità di cedere alla rete i surplus energetici.

L’ecologia non è però solo ridurre la bolletta energetica. Vedo che hai selezionato con cura i materiali e che avete utilizzato anche i mattoni. Perché?
L’idea era di accostare differenti materiali come se il complesso fosse derivato dall’assemblaggio di differenti parti costitutive. I bambini hanno così la sensazione di abitare una piccola cittadella, un villaggio tutto loro. Con i mattoni abbiamo costruito pareti traforate che ricordano le cascine lombarde. E questi muri trasparenti, oltre ad esercitare un forte fascino, garantiscono alla corte perfette condizioni di ventilazione.

Inoltre hai conservato gli alberi esistenti…
Sì, il complesso è modellato intorno a loro. Mi è sembrato irrinunciabile piegare l’architettura alla vegetazione: alberi in gran parte piantati in occasione delle nascite dei bambini che continuano a custodire il sentimento collettivo della comunità.

Nel 2008, insieme al concorso per la scuola, hai vinto altre due gare. Una in un centro storico…
Sì, a Ferrara, una procedura concorsuale privata. È interessante notare come in questi ultimi anni la pratica del concorso si sia diffusa anche tra le committenze non istituzionali.

In che modo hai pensato all’ambiente, muovendoti in un contesto così delicato quale il centro di Ferrara?
Ho pensato che la cosa migliore fosse quella di conferire un carattere materico alle superfici di contatto con la città, regalando alle facciate una specie di attitudine “tattile”, così che fosse semplicemente la luce a svelarne o disegnarne la grana, differente a seconda della stagione o persino dell’ora del giorno.

Vi è poi un terzo concorso che hai vinto e che hai appena finito di realizzare, per un cimitero a Tavazzano… Disegnare un cimitero è una sfida difficile, in che modo l’hai affrontata?
Il tema del cimitero è tra i più complicati perché è facile precipitare nella retorica e nella povertà espressiva, nella magniloquenza e nel cattivo gusto, nella volgarità e nell’esagerazione. Prima di affrontarlo ci ho riflettuto a lungo, non senza sofferenza, in modo per così dire “curativo”, psicanalitico. Non è un caso che quello per il cimitero di Tavazzano sia stato il mio primo concorso, il primo emozionante appuntamento con le responsabilità del progetto. Ho puntato a sovvertire il modello che vede il massimo della densità costruita sul bordo del recinto e uno spazio vuoto centrale, residuo senza carattere. Io invece ho previsto maggiore densità al centro e una certa rarefazione ai bordi per poter meglio dialogare con la meravigliosa campagna lodigiana circostante.

È possibile disegnare un cimitero ecologico?
Credo di sì, mescolando al disegno una buona dose di sensibilità e buon senso. Nel caso di Tavazzano tutto è fatto con materiali del luogo, provenienti da siti di produzione o lavorazione vicini al cantiere; materiali a chilometro zero, potremmo dire. A ciò si aggiungono alcuni accorgimenti tecnologici per il recupero delle piogge, per la regolazione automatica dell’illuminazione votiva e ambientale (a basso consumo) e per la gestione economica del verde: cinque cromogiardini, ognuno del colore delle specie arboree, floreali e arbustive poste a dimora, ospitano essenze rustiche, tutte locali o naturalizzate.

Come ti trovi a lavorare in Italia? Hai mai pensato di trasferirti all’estero?
Lavorare in Italia è meraviglioso e drammatico. La possibilità di misurarsi con un paesaggio straordinario e irripetibile come il nostro è, credo, il sogno di qualsiasi architetto. D’altro canto non possiamo più nasconderci il corporativismo, l’inadeguatezza degli strumenti politici e amministrativi, il sempre minore valore della professione. Questa miscela letale avvelena la creatività, l’innovazione, la ricerca poetica; e proprio i giovani, forse l’unica vera risorsa per il nostro futuro, ne sono le vittime.
L’ipotesi di lavorare all’estero è oggi più viva che mai; presto per il mio studio potrebbero esserci interessanti novità…

Hai cominciato a farti conoscere attraverso i concorsi. Ma i concorsi in Italia non godono di buona fama. Vale ancora la pena di farli?
Sì, i concorsi costituiscono, o dovrebbero costituire, un mezzo straordinario per coltivare il talento. Anche se in Italia sono rari, vale la pena provarci perché, quando non strangolati da requisiti di partecipazione insulsamente limitanti, sono l’unica vera chance per i giovani.

Che consiglio daresti a un tuo collega che oggi si affaccia alla professione?
Trovo sempre complicato dare consigli. Due, però, mi sento di darli: “toccare la terra come se fosse sempre la prima volta” e fare architettura con leggerezza, se è vero che “la leggerezza è un modo di vedere il mondo”.

Nuova scuola primaria, il foyer a doppia altezza, Cenate Sotto (BG).
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Nuova scuola primaria, il patio minerale interno, Cenate Sotto (BG).
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Casa G, recupero ed ampliamento verticale di edificio storico, Ferrara.
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Ampliamento del cimitero comunale, edicole private e giardino di magnolie, Tavazzano con Villavesco (LO).
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Eccellenza turistica d’alta quota, malga Fosse Concorso, menzione d’onore, Siror (TN).
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Nuovo complesso obitoriale. Concorso, primo premio, Ferrara.
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