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Il lato rosa dell’architettura

Molte studentesse, poche titolari di studio. Eppure molti grandi maestri hanno nascosto le loro partner creative.

Chiunque frequenti le facoltà di architettura si accorge che il numero delle studentesse è sensibilmente maggiore di quello degli studenti. Al Politecnico di Milano, secondo una statistica del 2019, contro una frequenza media femminile del 34,4 per cento, le donne arrivano a superare il 58 per cento ad Architettura e il 61 per cento a Design. E le cose non stanno diversamente negli altri atenei, anzi spesso le percentuali sono più schiaccianti: 7 a 3 e anche 8 a 2. Il fenomeno non è nuovo e ci farebbe pensare a un mestiere dove la parità di genere è stata, e da tempo, ampiamente raggiunta. E, invece, basta guardare nei cantieri e negli studi professionali, per accorgerci che le cose non stanno affatto così. Sono pochi gli atelier di progettazione a capo dei quali vi è una donna. E se, comunque, ce ne è una, è affiancata da un partner uomo.

L’idea che una donna non si debba occupare di costruzioni è antica ed è stata dominante sino a tempi relativamente recenti. Tanto è vero che se si conoscono i nomi di – in verità, poche – pittrici o di artiste che hanno lavorato nel Rinascimento o in età barocca, non ce ne sono di architette. Salvo la recente scoperta di Plautilla Bricci, nata il 13 agosto del 1916, che ebbe al suo attivo realizzazioni quali la villa del Vascello a Porta San Pancrazio a Roma e, sempre nella Capitale, la Cappella di San Luigi nella chiesa di San Luigi dei Francesi. Eppure, a partire dalla fine dell’Ottocento, alcune donne, sull’onda dei movimenti femministi di allora, si iscrissero alle facoltà di architettura o frequentarono corsi equivalenti e lavorarono negli studi professionali, con eccellenti risultati. Non riuscirono però sempre ad emergere e non tanto perché non fossero brave, ma per essere state affossate dai loro ingombranti colleghi uomini. Il caso più eclatante è Lilly Reich. Una donna che certo aveva carattere tanto da diventare uno dei principali esponenti del Deutscher Werkbund, l’associazione tedesca che valorizzava architettura e artigianato. Lilly ebbe la ventura di collaborare con Mies van der Rohe, uno dei più grandi progettisti del Novecento. Tra i due vi fu anche una liason d’amore clandestina, perché Mies era sposato con tre figlie. Lilly era un genio del design e progettò molte delle poltrone successivamente attribuite a Mies. Recenti studi hanno ipotizzato che la sua figura fu fondamentale nella ideazione e nella realizzazione del padiglione di Barcellona e di casa Tugendhat, due tra i massimi capolavori dell’architettura mondiale di tutti i tempi. Ma su di lei Mies non disse mai parola per non pubblicizzare la relazione e per non condividere con alcuno il merito delle opere. Non meglio si comportarono altri geni dell’architettura quali Le Corbusier o Frank Lloyd Wright. C’è voluto non poco tempo per riconoscere a Charlotte Perriand il merito di mobili e di arredi attribuiti prima al solo Le Corbusier e anche il bravissimo Wright fu reticente nell’ammettere che, nel primo periodo della propria attività professionale, i disegni – e, probabilmente e in una certa misura, la concezione architettonica – di alcune delle sue famose prarie houses erano di una sua bravissima assistente: Marion Mahony. La stessa che, successivamente, contribuirà alla fortuna professionale del marito Walter Burley Griffin facendogli vincere il concorso per la nuova città di Camberra, in Australia.

Avremo modo, nei prossimi numeri di Greenbuilding, di affrontare importanti figure femminili che hanno operato e operano nell’architettura italiana e mondiale più recente. Sono tutti personaggi di straordinaria levatura che hanno dovuto unire talento e determinazione. Come chiamarle? Architetto o architette? Ci sono in proposito due teorie che sembrano entrambe convincenti. Chi sostiene che si debbano chiamare “architetto” sottolinea l’importanza di ricorrere a un nome neutro che esprima il ruolo invece che il sesso. Dire “architetta” potrebbe, secondo questa teoria, sembrare riduttivo, come se si trattasse di una categoria figlia di un dio minore. Chi sostiene, invece, che si debba usare “architetta” nota che il linguaggio è importante nel formare una cultura. Afferma che il neutro non esiste nella lingua italiana e che non si debba aver paura a usare il femminile, per le architette ma anche per le sindache, le ministre, le assessore e via dicendo. Ci si abituerà e, una volta abituati, tutto ci sembrerà più normale. A questo punto sembrerebbe che non resti che fare una semplice scelta. Ma siamo in Italia e scegliere tra due opzioni sarebbe troppo semplice. Ed ecco che un terzo gruppo, pensando che il termine “architetta” sia cacofonico, propone di usare “architettrice”. Tra l’altro così si faceva chiamare Plautilla Bricci, che in fondo è stata la decana della categoria. Come vedete, in Italia, non è semplice. Ma forse è questo il nostro DNA, non essere mai d’accordo neanche sui nomi.

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