single-image

Insieme è meglio

Nell’epoca della sharing economy aumentano le soluzioni residenziali con spazi condivisi.

Cohousing è una delle parole che oggi hanno molto successo. Per molti motivi, ma uno di questi, forse il principale, è per l’ambiguità del termine che vuole dire molte cose. Per alcuni è una forma di abitare che fa risparmiare i costi e quindi adatto all’edilizia sociale; per altri un modo per vivere insieme, abolendo i rigidi confini degli appartamenti; per altri ancora una tipologia abitativa che permette a talune categorie svantaggiate o in difficoltà di attivare strategie di mutuo soccorso, quali per esempio quelle delle così dette case-famiglia; alcuni, infine, lo vedono come un modo per rendere accessibili agli abitanti di piccoli residence alcuni servizi costosi quali palestra, piscina, spazi per le feste.

Il cohousing quindi, in un modo o nell’altro, esiste da tempo. I conventi e i monasteri potrebbero essere esempi di cohousing, ma anche la casa che Sherlock Holmes condivide con il suo amico e biografo John Watson al 221B di Baker Street lo è. E non mancano numerosi capolavori dell’architettura moderna: dall’Unità di abitazione di Le Corbusier, con un piano destinato a servizi comuni delle abitazioni e una terrazza con servizi sportivi e piscina, alla casa di Rudolf Schindler a Kings Road, dove la grande cucina è divisa tra i due appartamenti nei quali abitano separati marito e moglie.

Schematizzando, potremmo dire che nel passato il cohousing ha svolto principalmente due funzioni. Una di carattere economico: avere servizi in comune abbattendo i costi di gestione. Una di carattere etico: vivere in comunità come alternativa all’egoismo e alla solitudine. Dove è evidente che l’aspetto economico può essere modulato da unità private minime dotate di spazi condivisi ad abitazioni di ampie metrature con servizi estremamente costosi. E l’aspetto etico andare dal minimo di privacy del convento o del monastero sino alla netta divisione tra zone private e spazi collettivi, in cui i servizi possono essere gestiti anche da terze persone specializzate.

Un altro motivo che rende il termine cohousing oggi particolarmente appetibile è il boom della così detta shared economy che ci porta a gestire e a possedere in prima persona un sempre minor numero di beni. Basti pensare al car sharing, allo scambio case e al numero crescente di mercatini in cui si scambiano vestiti e beni un tempo ritenuti di corredo alla nostra esistenza, tramandati dai genitori e dai quali non ci saremmo mai separati. Da questa prospettiva il cohousing può essere uno strumento estremamente efficace per alleggerirci delle incombenze che ogni proprietà comporta. Lo stesso vale per gli uffici: si stanno affermando gli spazi destinati al co-working, dove le persone non hanno neanche la loro stanza e possono connettersi ai loro dati da qualsiasi postazione sia libera con una semplice procedura di login. Servizi comuni, come sale riunioni, palestra, spazi per consumare il cibo, contribuiscono ad abbattere i costi e aumentare le prestazioni. Non è azzardato pensare che da qui a qualche decennio vivremo in cellule dotate di servizi esterni, andremo al lavoro con una bicicletta a noleggio, divideremo i tavoli da lavoro con i colleghi e andremo in vacanza grazie ad Airbnb o a un sito di scambio casa.

marmalade_lane_0187

Intanto si stanno realizzando in tutto il mondo numerose sperimentazioni. Soprattutto nelle realtà del nord Europa dove si è maggiormente abituati al rispetto dei beni comuni e da sempre i servizi residenziali sono condivisi. Lo sviluppo del cohousing sarà impetuoso nelle abitazioni destinate a utenze speciali, per esempio gli anziani. Vivere alternando spazi privati e spazi comuni può essere importante per favorire forme di socializzazione e di mutuo soccorso. In Danimarca si stanno, addirittura, sperimentando forme di cohousing 2.0. Dove alcuni spazi sono riservati a giovani che, in cambio di alcuni servizi di compagnia e di sorveglianza, azzererebbero il costo dell’affitto.

C’è, infine, soprattutto in Norvegia, un numero crescente di famiglie che pratica il cohousing come scelta di vita: per avere case più grandi, per vivere nella natura, per eliminare lo stress delle sistemazioni metropolitane. Questi gruppi affrontano un percorso comune di partecipazione che parte già dal progetto e dalla scelta del luogo. Si costituiscono così gruppi di acquisto solidale che mettono in comune anche i mezzi di trasporto, per minimizzare l’impatto ambientale e introdurre forme di vita sostenibili. Si tratta di alcune migliaia di casi: in Danimarca ci sono circa 600 comunità e altrettante si può stimare in ogni nazione del nord Europa. I numeri sono destinati a crescere. Soprattutto in Italia dove pare che i condomini solidali non superino le cinquanta unità.

Ph. © David Butler

Il cohousing è più diffuso nell’Europa del Nord. Si va dalla semplice condivisione di spazi di servizio a modelli basati sui gruppi di acquisto solidali.

You may like