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Intervista a Italo Rota. Originale pensatore

Laureato in architettura al Politecnico di Milano, ha tra le sue opere il Museo del Novecento di Milano, il Foro Italico di Palermo, l’illuminazione di Notre-Dame e del lungo Senna a Parigi, la sistemazione urbana del centro di Nantes, l’hotel Boscolo Exedra di Milano, il nuovo allestimento del Musée d’Orsay insieme a Gae Aulenti.

Italo, se ti dovessi presentare con poche parole, come ti presenteresti ai nostri lettori?
Come un vecchio bambino, che ha sempre giocato all’architettura. Il problema è che nel tempo le cose sono cambiate…

In che senso?
Il mestiere di architetto deve far fronte ogni giorno di più alla domanda fondamentale della permanenza degli uomini sul pianeta.

E quindi?
E quindi il destino dell’architettura cambia. Diventa la mediatrice tra tutte le forme di vita.

Fammi capire…
Ti spiego con un esempio. Fino a ieri forse bastava mettere delle piante nelle fioriere. Oggi la situazione è tale che bisogna sposare la fisiologia vegetale. Imparare dalla natura. Trovarsi in accordo con essa.

Con Carlo Ratti hai recentemente vinto il concorso per il padiglione italiano all’Expo di Dubai. Ci racconti di questo progetto?
È un progetto che si rapporta con il Mediterraneo. Tre barche partono dall’Italia e arrivano a Dubai. Vengono capovolte per formare uno spazio espositivo. Alla fine della manifestazione le tre barche riprendono di nuovo il mare e tornano in Italia.

Perché avete scelto l’immagine di tre barche capovolte?
Proprio perché ricorda una lunga tradizione di popoli marinari, raccontata anche da Buckminster Fuller. Costoro, una volta arrivati alla meta, utilizzavano gli scafi rovesciati per ricavare spazi abitabili. Mi piace pensare che il termine navata della chiesa derivi da una barca rovesciata.

Un progetto quindi destinato a scomparire?
Certamente, oggi i progetti devono progettare la propria scomparsa, per restituire al luogo la terra che è stata presa in prestito. È un’architettura-installazione. Un progetto semplice, climatizzato naturalmente, senza macchinari. Progettato come i miei edifici preferiti che sono stati smontati e hanno dato spazio al vuoto, senza lasciare rovine.

Nel tuo profilo su Wikipedia si dice che sei specializzato in Landarchitecture. In cosa consiste?
La landarchitettura è la relazione dell’architettura con le forme viventi. Siamo entrati nell’antropocene.

Antropocene?
Sì, da una ventina di anni l’energia prodotta dagli umani ha superato quella prodotta dalla natura. Ed è il pericolo peggiore per il pianeta. Occorre a questo punto imparare a convivere con le altre specie. Il nostro pianeta è infatti diventato un interno, non ci sono spazi esterni nei quali fuggire.

L’architettura contemporanea, secondo te, è spesso noiosa?
Oggi l’architettura si muove dentro un sistema di produzione, con budget prefissati e standard dati. Qualsiasi modificazione è sotto l’occhio attento di questi guardiani. E ciò vuol dire essere noiosi, non avere possibilità di esplorare sino in fondo lo spazio. Forse nel futuro bisognerebbe rivalutare l’aspetto narrativo dei progetti e affidarli ai registi più che agli architetti. In parte sta succedendo, per esempio con il bar della fondazione Prada, progettato da Wes Anderson.

Ph. © Maurizio Camagna

Leggi tutta l’intervista sulla rivista cartacea 2-2019…

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