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James Wines, padre fondatore dell’architettura ecologica

Intervista esclusiva al progettista americano, fondatore dello studio site, alla cui sensibilità si devono i primi passi dell’architettura verde.
di Luigi Prestinenza Puglisi

Finalmente l’architettura green è all’ordine del giorno anche a livello internazionale… È un motivo per essere ottimisti sul futuro dell’architettura?
L’interesse globale per le questioni ambientali, per il risparmio energetico e per il design sostenibile tra le giovani generazioni di architetti è oggi estremamente incoraggiante. In realtà, nel corso degli ultimi anni non credo di aver insegnato in nessuna scuola di design in cui gli studenti non si dedichino a iniziative ambientali, in particolare iniziative applicate alla pianificazione urbana e alle fonti energetiche. In un contesto contrassegnato da un notevole progresso tecnologico, sono ancora preoccupato per il fatto che pochissimi esempi di architettura green mostrano innovazione estetica e pensiero concettuale. Qualunque siano gli scopi del “design ecologico”, la maggior parte delle scelte stilistiche, strutturali e sui materiali sembrano sempre radicate in convenzioni scultoree che risultavano già esaurite verso la metà degli anni Cinquanta. Stranamente queste obsolete strategie formaliste sono ora presentate con la più avanzata tecnologia digitale. A mio parere, tutto questo non ha senso… né dal punto di vista ecologico, né da quello concettuale. Nel corso degli anni Venti e Trenta, i grandi pionieri del Modernismo, del Costruttivismo e dell’Espressionismo crearono linguaggi di design convincente come risposta a un mondo industriale che stava emergendo. Nell’era dell‘informazione e dell’ecologia, come la nostra, la maggior parte dei giovani architetti non ha dimostrato del tutto lo stesso tipo di impegno visionario. Per l’odierna società post-industriale sembra assurdo continuare a celebrare il peso e la densità di materiali strutturali non più in uso, quando le influenze ambientali del XXI secolo più pervasive sono rappresentate da reti simbiotiche – invisibili, piuttosto che poco chiare – di sistemi naturali e comunicazioni digitali.

Oggigiorno tutti pretendono di produrre un’architettura ecologica. Anche i grattacieli sono venduti come ecologici. Qual è la sua definizione di architettura ecologica?
Realisticamente, quasi nulla di ciò che è prodotto come habitat umano oggi può essere considerato “amico dell’ambiente”. Il bisogno di crescita economica delle nazioni industrializzate, unito al loro insaziabile consumo di combustibili fossili, lasciano presagire un futuro lugubre. Gas naturale e petrolio, secondo alcune previsioni scientifiche, potrebbero esaurirsi entro il 2080. L’energia atomica è vista come troppo pericolosa per essere diffusa e, a meno che l’“energia vera” del sole diventi accessibile, potenzialmente, attraverso la fusione nucleare, le scelte energetiche che ci rimangono sono poche. Le fonti alternative, come il vento, il sole, l’energia geotermica, quella mareomotrice, i biocarburanti, l’idrogeno, sono troppo inefficienti per essere sfruttate, concentrate e distribuite per soddisfare la rapida accelerazione della richiesta globale.

C’è chiaramente una grande differenza tra un edificio che risponde sensibilmente alla topografia e al clima locale, e un edificio messo giù solo in base a qualche lista di controllo per la certificazione Leed. Troppo spesso alcuni dei materiali più ecologici oggi consumano più energia in termini di loro produzione, trasporto e installazione di quanto in realtà facciano risparmiare come parte di una struttura completata. Io credo che la grande rivoluzione nel design ecocompatibile che, in realtà, è un’idea nata 3mila anni fa, sarà una rinnovata attenzione a soluzioni specifiche per ogni ambiente locale. In questo nuovo millennio, l’impulso ecologico in architettura e le soluzioni estetiche più innovative saranno più sensibili allo studio empirico delle diverse situazioni rispetto alla tecnologia green preconfezionata.

Lei è famoso in tutto il mondo per gli edifici BEST. In che modo questi edifici sono ecologici?
Solo due degli edifici presentano caratteristiche green significative: il Rainforest Building di Hialeah in Florida del 1979 e il Forest Building di Richmond in Virginia. In entrambi i casi c’era un obiettivo: preservare il paesaggio esistente e confrontarsi con l’ambiente circostante. Queste strutture non furono costruite intenzionalmente come green. Innanzitutto furono costruite prima che esistesse qualsiasi standard Leed, ma i loro obiettivi estetici si sono convertiti, almeno indirettamente, in vantaggi ambientali. Nel caso del magazzino della Florida, l’installazione di facciate con muri d’acqua ha fornito una filtrazione della luce solare diretta e del calore, convertendosi in un eccezionale impianto di raffreddamento degli interni. In Virginia, l’oggettiva condizione fisica di un edificio costruito intorno a un gruppo di alberi giganteschi ha offerto un ombrellone e un sistema di resistenza al calore durante i mesi estivi.

Quando è diventato evidente che l’involontaria fusione fra l’opera d’arte e il suo contesto proposta da SITE aveva prodotto diversi vantaggi ambientali, lo studio intero ha iniziato a essere sempre più coinvolto in un percorso verso l’ecologia. Questo impegno ha ispirato la scrittura del mio libro Green Architecture, pubblicato nel 2000 dalla Taschen Verlag.

So che è tornato a realizzare un nuovo progetto architettonico di centro commerciale, dall’epoca dei primi edifici per la BEST. Un vero e proprio “edificio nell’edificio” per il ristorante Denny’s di Las Vegas, com’è questa struttura?
Il progetto è stato inaugurato lo scorso 29 novembre, ma ci sono ancora alcuni dettagli che devono essere completati. In questo caso il cliente – John Miller, Ceo della Denny’s Corporation – è stato un leader eccezionalmente visionario dall’inizio di questo incarico per Las Vegas. Faccio riferimento al suo impegno perché è virtualmente impossibile creare un’architettura innovativa senza il coraggio del cliente di lanciarsi in esperienze estetiche rischiose. Fondamentalmente Miller ha chiesto a SITE di creare un ristorante per il XXI secolo, basato sulla tradizione dei piccoli ristoranti americani degli anni Cinquanta. John e il responsabile delle pubbliche relazioni, Frances Allen, hanno condiviso una missione innovativa sin dall’inizio. Volevano qualcosa di aggressivamente nuovo, senza perdere l’identità classica dei tipici diner. Questo voleva dire un luogo cool per una clientela ad ampio spettro, un ambiente pervaso dall’atmosfera romantica della strada e che affondasse le proprie radici nella cultura americana dell’automobile. Agli inizi eravamo tutti d’accordo sul fatto che questa catena di ristoranti era stata sempre identificata come un luogo conviviale per incontrarsi e mangiare. Pertanto, la fonte basilare di idee per la sua immagine architettonica diventò “il social network originale di Denny’s”.

Ha disegnato alcuni edifici in Italia, può dirci qualcosa a questo proposito?
Nel corso del 2000 e del 2002, SITE ha progettato un paio di case per clienti di Milano e Roma, ma non ne è stata realizzata nemmeno la struttura. Diversamente da questi progetti non realizzati, è stato completato pochi anni fa il padiglione della Fondazione Pietro Rossini per un parco di sculture a Briosco. Questa struttura è un esempio di architettura green commissionato dall’industriale italiano Alberto Rossini, in memoria del figlio Pietro. L’edificio è situato su un’estesa collina e fa parte del progetto originale di un parco di sculture di oltre 10 ettari con una fattoria funzionante. Negli spazi della galleria è esposta la collezione privata di Rossini: opere artistiche italiane risalenti alla prima metà del XX secolo, ma anche recenti dipinti e sculture internazionali. L’interno comprende una caffetteria, una biblioteca, un centro conferenze e gallerie video. Il progetto si basa su una serie di pareti in muratura che compongono la struttura e collegano appezzamenti diversi, forniscono piedistalli e recinti per le opere d’arte e le aree destinate agli animali della fattoria. Costruiti con materiali riciclati e reperibili in loco, il sistema di mura e il padiglione sono uniti da una rete a forma di “T” di colonne in pietra artificiale. Queste unità modulari formano una struttura continua, nastriforme, che scorre lungo la cresta della collina circostante, si evolve nel piano semicircolare dell’edificio e stabilisce una scala di riferimento per l’intera proprietà Rossini. Le colonne aggiuntive distribuite in gruppi irregolari e inclinati accentuano le relazioni interno/esterno dell’edificio, incorniciano viste sulle lontane montagne e creano un senso di architettura in stato di continua evoluzione. Al fine di integrare il Padiglione con il suo contesto naturale e contribuire a fornire un controllo climatico durante tutto l’anno, l’intera struttura è coperta da un tetto verde, rivestito da vegetazione locale proveniente dalla collina adiacente.

Quale dei suoi progetti le piace di più e perché?
È una domanda molto difficile. Credo che, come la maggior parte degli artisti, il mio progetto preferito sia sempre quello sul quale sto lavorando. Certamente uno degli edifici che ancora preferisco è uno di quelli realizzati per BEST Inside/Outside Building a Milwaukee. Tanti architetti sostengono che i loro edifici includono relazioni esterne e interne, ma quasi tutti gli esempi che conosco rientrano nella categoria di risultati puramente formalistici. A Milwaukee, l’idea concettuale in tutte le sue parti ha capovolto le aspettative di reazione del pubblico nei confronti della tipica esperienza che si ha della strada di periferia. La struttura si è avvantaggiata anche della reazione subliminale della gente verso un archetipo commerciale onnipresente in questo caso: il centro commerciale come una “grande scatola”. Questo edificio BEST non è stato considerato una soluzione progettuale, ma al contrario l’architettura stessa è stata impiegata come argomento di dibattito per l’arte. Inoltre, il fattore interno/esterno è diventato una specie di evento surreale, in un contesto normalmente tranquillo.

Nel 2000 è stato pubblicato il suo libro Green Architecture. Quali erano le tesi principali di questo libro? Dopo più di un decennio scriverebbe la stessa cosa? Quali sono gli argomenti nuovi che aggiungerebbe?
L’attenzione del mio libro era rivolta al rapporto tra i buoni propositi del green design e la sua soluzione estetica finale. Come ho detto nella premessa di Green Architecture: “Si parla molto di architettura sostenibile come alternativa all’eredità degli sprechi nelle società industrializzate delle costruzioni di breve durata. Tuttavia, senza arte, l’idea di sostenibilità nel suo complesso fallisce. La gente non vorrà mai preservare un edificio esteticamente brutto, non importa se è ben fornito di vetri termici, celle fotovoltaiche, materiali riciclati e moquette a emissioni zero”. Durante le mie ricerche alla fine degli anni Novanta, era molto difficile trovare architetti il cui lavoro si manifestasse come una dualità equilibrata tra aspirazione ecologica e risoluzione estetica. La maggior parte degli edifici green in quel tempo avevano come risultato finale realtà prive di ispirazione, dove i rappresentanti delle imprese commerciali distribuivano opuscoli nella hall per spiegare le vantaggiose caratteristiche ambientali della struttura. Ma ora l’intera situazione è cambiata. Fra le generazioni più giovani c’è un certo numero di studi che producono superbi esempi di architettura green, innovativi sia concettualmente che esteticamente e anche da un punto di vista funzionale. Se dovessi aggiornare il mio libro originale ora, nel 2013, avrei molto più materiale su cui lavorare, con lo stesso intento di dare credito a situazioni in cui immaginazione artistica e design ecosensibile si fondano con successo. Credo che potrei rivelare la mia lista di architetti candidati per questa nuova pubblicazione, ma quello dovrebbe essere l’oggetto di un’altra intervista.

(Foto: © SITE)


Biografia
James Wines si è laureato alla Syracuse University con un Bachelor of Arts nel 1956. È il fondatore e presidente di SITE, ex preside della Environmental Design and Parsons School of Design e attualmente professore di architettura presso la Penn State University. Il suo libro De-Architettura è stato pubblicato nel 1987 da Rizzoli International e nel 2000 la casa editrice tedesca Taschen Verlag ha pubblicato il suo volume Green Architecture. Negli ultimi dieci anni sono stati stampati 22 libri monografici e cataloghi museali sui progetti di Wines per SITE. Ha realizzato più di 150 progetti architettonici, paesaggistici e di interni per clienti privati ​e pubblici. Vincitore di 25 premi di arte e design, tra cui il Chrysler award for Design Innovation nel 1995, ha anche ricevuto borse di studio e sovvenzioni dal National Endowment for the Arts, la Fondazione Kress, The American Academy a Roma, la Fondazione Guggenheim, la Fondazione Rockefeller, la Fondazione Graham, la Fondazione Ford, e il Premio Pulitzer per la grafica. James Wines vive e lavora a New York.

Showroom per la Best Company a Henrico, Usa, 1980 − © SITE
Showroom per la Best Company a Henrico, Usa, 1980 (© SITE)
Fondazione Rossini Pavilion,  Briosco (MB), Italia, 2009.
Fondazione Rossini Pavilion, Briosco (MB), Italia, 2009. (© SITE)
Rainforest Building, Hialeah, Florida, 1979.
Rainforest Building, Hialeah, Florida, 1979. (© SITE)
Padiglione dell’Arabia Saudita per l’Expo di Siviglia Spagna, 1992.
Padiglione dell’Arabia Saudita per l’Expo di Siviglia Spagna, 1992. (© SITE)
Denny’s Neonopolis Network, SITE Las Vegas, Nevada, 2012. (© SITE)
Denny’s Neonopolis Network, SITE Las Vegas, Nevada, 2012. (© SITE)
Showroom Best Milwaukee, Wisconsin, 1984. (© SITE)
Showroom Best, Milwaukee, Wisconsin, 1984. (© SITE)

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