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L’architettura poetica di Benedetta Tagliabue, una delle grandi donne architetto italiane


È una delle grandi donne architetto italiane. Crede che anche gli edifici siano un genere femminile perché devono vestirsi e adattarsi all’ambiente.

di Luigi Prestinenza Puglisi

Benedetta Tagliabue, una 
delle grandi donne architetto italiane. Moglie 
di Enric Miralles, genio prematuramente scomparso nel luglio del 2000 all’età di 45 anni, ne ha continuato l’opera. Dal suo studio di Barcellona ha completato i molti lavori iniziati con il marito, tra i quali il Parlamento scozzese a Edimburgo, e ha iniziato e portato a termine nuovi lavori, come il padiglione spagnolo per l’Expo 2010 di Shanghai, una splendida struttura d’acciaio ricoperta da pannelli di vimini.

Non ci sono tante architetto donna famose. Secondo te perché?
Perché è stata da sempre una professione considerata maschile. E ancora continua a esserlo. Oggi un mio amico mi ha raccontato che, di fronte all’edificio Gas Natural che ho realizzato qui a Barcellona, il figlio gli ha chiesto chi fosse stato il progettista. Appena gli ha risposto che era una donna, non ci ha voluto credere.

Vuoi raccontarci brevemente del tuo sodalizio professionale con Enric Miralles? È stato difficile raccogliere la sua eredità artistica?
Era difficile stargli a fianco e capire come collaborare. Enric aveva bisogno di un partner che fosse insieme presente e che sapesse stargli di lato. Quando è morto ho realizzato quanto sapevo di lui. Ho immaginato cosa gli sarebbe piaciuto, come andare avanti. Non è stato difficile, ero come abituata. Poi ho dovuto capire come lavorare con i nostri collaboratori. Era sorprendente: dare un senso alle cose, vedendole da un punto di vista diverso. Sai, Enric era un ipnotizzatore, un personaggio difficile da sostituire.

Quanto conta nei tuoi progetti la sostenibilità?
È importante, anche se non usiamo questa parola. Perché può essere ambigua e significare tutto e niente. Per noi ecologia è pensare alle conseguenze di un progetto e non solo dal punto di vista del risparmio dell’energia. Ecologia è molto di più che fare un contenitore avveniristico magari tutto vetrato e renderlo efficiente attraverso accorgimenti complessi. È pensare alla vita della città, alla vita delle persone.

Oggi si predica il bisogno di tornare ai materiali naturali. Tu che ne pensi? E tra High Tech e Low Tech cosa scegli?
Ho sempre amato i materiali naturali e l’uso intelligente delle risorse. Come per esempio in questo studio, dove abbiamo fatto solo gli interventi minimi necessari, cercando di valorizzare le potenzialità della preesistenza. Spesso basta scavare, pulire, ridare senso alle cose.
Direi che preferisco il low tech. Ma poi occorre saper utilizzare anche le tecnologie avanzate in maniera intelligente. Il padiglione spagnolo per l’Expo di Shanghai lo abbiamo rivestito con pannelli di vimini, ma all’interno è un meccanismo sofisticato.

Quindi low high tech?
Sì, se vogliamo metterla così: low high tech.

Quanto contano il colore e le texture nei tuoi edifici?
Credo che viviamo in un’età in cui i rivestimenti e le texture contino molto. Forse gli edifici sono un genere femminile. O almeno siamo nel momento in cui lo sono maggiormente. Devono vestirsi e adattarsi all’ambiente. O forse più che donne, gli edifici sono animali che cambiano pelle (sorride).

Qual è l’edificio che hai realizzato e al quale sei più legata?
Probabilmente il mercato di Santa Caterina. Era vicino a casa nostra. C’era un brutto progetto e noi abbiamo protestato con gli altri abitanti del quartiere. E allora ci hanno detto: siete architetti, fate una proposta. Noi abbiamo pensato di costruirlo nel più semplice dei modi. Sapevamo che non era fondamentale il disegno ma la vita che sarebbe ruotata intorno alla nuova struttura. Abbiamo fatto molte prove, senza un vero progetto. Le mattonelle che decorano la copertura le abbiamo fatte realizzare apposta, da un amico ceramista.

Avete pensato a Gaudì?
No, non in maniera esplicita. Ma viviamo a Barcellona, certe suggestioni si respirano nell’aria. Pensavamo soprattutto alla copertura molto colorata delle chiese catalane.

È difficile lavorare in Italia? È meglio lavorare in Spagna? E, se sì, perché?
Credo che ancora sia difficile. Meno di quando mi sono laureata e sono andata a New York per poi approdare in Spagna. Quando sono arrivata a Barcellona per gli architetti era un momento fantastico, come doveva esserlo stato nell’Italia della ricostruzione del dopoguerra. Adesso la Spagna vive una forte crisi e molti architetti spagnoli sono costretti a lavorare all’estero. È una categoria molto vitale. Sono bravi, economici, intelligenti. E con me sono sempre stati molto generosi.

Raccontaci dei progetti ai quali stai lavorando in questo momento che ti coinvolgono di più.
Stiamo facendo molte cose ma direi che l’esperienza più interessante in questo momento è il lavoro in Cina. Vedi? (Indica un’altra stanza che si vede attraverso la porta a vetri). Stiamo facendo un workshop con alcuni progettisti del Biad. È uno studio d’architettura cinese gigantesco per i nostri parametri: sono più di 3mila persone. Eppure sono venuti, con molta umiltà, a imparare come si lavora in Europa. Adesso stiamo progettando la Fudan, la facoltà di economia a Shanghai. Una specie di Bocconi cinese.

Due semplici idee che, se si attuassero, renderebbero le nostre città un pochino migliori…
Te ne do una sola che vale per tre: fare partecipare la gente. Cercando di fare piccole cose che possano rendere migliore il mondo.

Oltre a Miralles, facci il nome di un architetto, non necessariamente contemporaneo, al quale ti ispiri o che comunque ti affascina. E perché?
Melnikov, un grande architetto russo all’origine dell’architettura rivoluzionaria russa. E ovviamente Le Corbusier. Fa parte delle nostre basi.

Qual è il posto dove vorresti andare in vacanza? A proposito, vicino o lontano dall’architettura?
In Sicilia, a Selinunte dove mi hai invitato per il prossimo convegno dell’Associazione italiana di architettura e critica (ride).

Posso farti una domanda un po’ impertinente e che ho fatto anche a Renzo Piano, a Massimiliano Fuksas e a Odile Decq? Se non fossi stata Benedetta Tagliabue, chi saresti voluta essere?
Mata Hari.

Mata Hari?
Sì, Mata Hari e forse Buddha.

Buddha?
Sì, Buddha (sorride divertita).

Padiglione spagnolo, Shanghai, Expo 2010. © Shen Zhonghai Kde
Padiglione spagnolo, Shanghai, Expo 2010. © Shen Zhonghai Kde
Campus Universitario di Fudan, Shanghai, in fase di realizzazione. © Miralles Tagliabue Embt
Campus Universitario di Fudan, Shanghai, in fase di realizzazione. © Miralles Tagliabue Embt
Mercato di Santa Caterina, Barcellona, 2005. © Alex Gaultier
Mercato di Santa Caterina, Barcellona, 2005.
© Alex Gaultier

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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