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Lorenzo Grifantini e Tavis Wright sono i vincitori del Premio Fondazione Renzo Piano


Lorenzo Grifantini e Tavis Wright partner dello studio DOSarchitects con sede a Londra sono i vincitori del Premio Fondazione Renzo Piano, importante riconoscimento assegnato al miglior progetto realizzato da studi di architettura under 40 tra i cui soci ci sia almeno un progettista italiano.

di Luigi Prestinenza Puglisi

Lorenzo Grifantini, romano, è il partner italiano dello studio DOSarchitects. L’altro socio è Tavis Wright. I due si sono conosciuti a Londra nel 2004 presso lo studio Foster, dove entrambi lavoravano. Hanno iniziato la loro attività in proprio nel 2006. A maggio 2013, con un progetto di ampliamento di una abitazione a Londra, hanno vinto il Premio Fondazione Renzo Piano bandito dalla fondazione stessa e dalla Associazione Italiana di Architettura e Critica. Il premio è conferito ogni due anni, direttamente da Renzo Piano, al migliore progetto realizzato da studi di architettura under 40 tra i cui soci ci sia almeno un progettista italiano.

Come presenteresti il tuo studio ai nostri lettori?
DOSarchitects è uno studio di design e architettura con sede a Londra nato dalla sintesi dell’esperienza che i due fondatori hanno maturato in grandi studi e della loro personale visione dell’architettura come professione del fare. Per noi ogni progetto è una sfida nuova in cui le costrizioni di luogo e il programma sono uno stimolo per creare un’architettura sempre diversa che si adatti alle realtà per le quali è concepita.

Perché sei andato a Londra?
L’incentivo più forte è venuto dalla mia relatrice di tesi, Cristina Benedetti, che mi ha letteralmente imposto di abbandonare Roma perché convinta, non a torto penso, che nella città eterna non avrei potuto dare sfogo alla mia naturale irrequietezza.

Prima di metterti in proprio, hai fatto esperienza presso lo studio di Zaha Hadid e di Norman Foster. Dicono che lavorare negli studi delle archistar è molto duro. È vero?
Durissimo ma importantissimo per tre motivi. Il primo motivo è che in tre mesi di esperienza in un grande studio sei costretto a imparare tutto ciò che non ti è stato insegnato all’università in cinque anni, altrimenti sei fuori. Il secondo motivo è che impari a lavorare sotto stress e a conoscere i tuoi limiti. Infine hai possibilità di conoscere giovani architetti di talento e dunque misurarti con le migliori scuole europee e, direi, di tutto il mondo.

DOSarchitects lavora molto sui progetti residenziali. Come siete entrati in questo mercato?
A Londra la ristrutturazione di residenze private è un mercato in espansione che va di pari passo con il costante incremento del mercato immobiliare. Situazione ideale per una giovane compagnia di architettura che vuol farsi le ossa e vuole sostenersi economicamente. Avere un flusso costante di lavori residenziali ci permette di usare personale e risorse che investiamo in concorsi, gare e viaggi all’estero per vincere progetti di scala maggiore, fuori dall’Europa, che ci permettano di fare il tanto auspicato salto di scala.

Quando fate gli ampliamenti o gli interni, che tipo di architetture realizzate?
La tipologia delle case inglesi, che nella maggior parte dei casi sono terraced houses o case singole detached con un unico proprietario, permette di effettuare interventi strutturali importanti e spesso arditi in cui la struttura esistente deve intersecarsi con la nuova e in cui i nuovi volumi devono dialogare con i fabbricati esistenti. Per questo motivo abbiamo un approccio che pone lo spazio e i volumi al centro del progetto. Il metodo che adottiamo si può definire di sottrazione: la casa vittoriana è svuotata della sua anima oscura e pesante e trasformata in una entità completamente diversa, leggera e luminosa.

Dal vostro sito, www.dosarchitects.com, vedo che cercate di lavorare in tutto il mondo.
 Quali sono le recenti esperienze più significative che state facendo all’estero?
Nel passato abbiamo fatto diversi lavori a Dubai prima che scoppiasse la bolla immobiliare. Al momento lavoriamo molto in Africa, Costa d’Avorio ed Etiopia in particolare. Abbiamo iniziato una collaborazione con uno studio ivoriano di altissimo profilo chiamato Koffi & Diabaté (www.koffi-diabate.com) con il quale abbiamo redatto una proposta di masterplan per la città di Abidjan e progettato un edificio residenziale ad Addis Abeba, attualmente in costruzione. Abbiamo inoltre progettato un hotel fatto di container che sarà costruito, spero, prima dei Mondiali e delle Olimpiadi.

Però il Renzo Piano lo avete vinto con un progetto residenziale. Ce ne vuoi parlare?
Il progetto Duncan Terrace è la punta di diamante di una serie di case realizzate a Londra negli ultimi anni. La casa ha 150 anni, come l’ulivo che è stato piantato nel giardino antistante. È solo uno dei segni di continuità tra l’interno e l’esterno che caratterizzano l’intervento di estensione di questa abitazione georgiana del 1850, nel quartiere londinese di Islington.
Come da richiesta dei committenti, l’intero piano terra della casa è stato completamente rifatto ed è stato aggiunto un nuovo volume di vetro dove sono stati collocati la cucina e la sala da pranzo. Così senza disturbare la struttura preesistente, la scatola di vetro fa entrare la luce naturale in una zona scarsamente illuminata. Volevamo eliminare le barriere tra interno ed esterno nella parte pubblica della casa, mentre la parte più intima, lo studio, ha un rivestimento in legno iroko. Anche in questo caso si è voluto sottolineare la continuità tra il giardino e la casa usando pavimenti e pareti che dall’esterno scivolano all’interno. In questo modo, la struttura in legno sembra far parte anch’essa della vegetazione esterna. La scelta dei materiali impone una serie di contrasti: la leggerezza del vetro si contrappone alla consistenza dei mattoni dell’edificio originale, il freddo delle superfici riflettenti si riscalda grazie all’accostamento del legno della struttura, che interrompe con zone opache la lettura della vegetazione riflessa e, ancora, il segno nuovo si impone sull’antico.

Alcuni commentatori hanno notato che il vostro lavoro vincitore del Premio Fondazione Renzo Piano è di limitate dimensioni e forse avrebbe dovuto vincere un progetto più grande e impegnativo. secondi ex aequo si sono classificati un edificio industriale realizzato da Elisa Della Vecchia e una scuola progettata da Thomas Ghisellini. Secondo te perché Renzo Piano, invece, lo ha premiato?
Mi sembra ovvio sottolineare che la scala di un progetto non sia direttamente proporzionale alla sua qualità. Anche se, in questo, caso gli altri due progetti finalisti erano comunque delle buone realizzazioni, penso che sia stato colto dalla Fondazione Renzo Piano il messaggio, sul quale abbiamo insistito molto, di una stretta interazione fra il progettista, il contesto di realizzazione dell’opera e le maestranze. Il manufatto finito è stata la naturale conseguenza di una storia coerente ed evocativa, dalla genesi dell’opera fino alla sua realizzazione e il risultato è un edificio molto curato nel dettaglio, fuori dalle mode del momento, a timeless building come si direbbe in Inghilterra. Se io fossi stato nei panni di un giurato, probabilmente lo avrei premiato.

Quanto conta la sostenibilità energetica nel lavoro del vostro studio? L’ecologia non è però solo ridurre la bolletta energetica. Credo che sia importante anche dare all’utente spazi di qualità. Tu che ne pensi?
La sostenibilità di un progetto è un tema con il quale il progettista deve avere sempre più a che fare. Da una parte ci sono le direttive dei governi europei che hanno ormai stabilito parametri rigidissimi che vanno a influire sul modo di costruire l’involucro di un edificio, i materiali da usare che costituiscono un vincolo per il progettista e un costo per il cliente. Dall’altra c’è il dovere del progettista di inserire il suo lavoro nel contesto locale e climatico, ma queste sono considerazioni che riguardano più il buonsenso e la sensibilità dell’architetto.

Avete mai pensato a lavorare in Italia? O è troppo difficile?
Provo costantemente a cercare di sfondare questa porta. È difficile e prima o poi succederà. Per accelerare i tempi ho appena comprato un appezzamento di terreno edificabile all’interno di un centro storico in Salento, Puglia, e dunque uso me stesso e la mia famiglia come clienti o, se vogliamo, come cavie.

Che consiglio daresti a un tuo giovane collega italiano che oggi si affaccia alla professione?
Cito la frase che ci ha detto Renzo Piano il giorno della premiazione: “Dovete essere spavaldi senza essere arroganti”. Aggiungerei: abbiate molta pazienza, siate pronti ad essere sottopagati e a vivere in tuguri, non demoralizzatevi, non lamentatevi e abbiate sempre un obiettivo in testa, questa è la cosa più importante.

Souldern road, Londra. Abitazione privata. Vista dal giardino sul retro del nuovo volume
 in vetro.
Souldern road, Londra. Abitazione privata. Vista dal giardino sul retro del nuovo volume
 in vetro.
Souldern road, Londra. Abitazione privata. Vista dalla scala di collegamento tra la cucina e il salotto all’interno del nuovo volume in vetro.
Souldern road, Londra. Abitazione privata. Vista dalla scala di collegamento tra la cucina e il salotto all’interno del nuovo volume in vetro.
Duncan terrace, Londra. Abitazione privata. Vista dal patio dei nuovi volumi in legno Iroko 
e in vetro.
Duncan terrace, Londra. Abitazione privata. Vista dal patio dei nuovi volumi in legno Iroko 
e in vetro.
Cantilevering Courtyard Tower Pechino, Cina. Vista renderizzata dell’ingresso monumentale “a sbalzo”.
Cantilevering Courtyard Tower Pechino, Cina. Vista renderizzata dell’ingresso monumentale “a sbalzo”.
Chiesa cattolica della trasfigurazione Lagos, Nigeria. Vista renderizzata della facciata principale.
Chiesa cattolica della trasfigurazione Lagos, Nigeria. Vista renderizzata della facciata principale.

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