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La materia illuminata. L’incontro tra cultura e natura in mostra a Roma


Il titolo dell’esposizione La materia illuminata, in mostra fino al 3 gennaio al Caffè Letterario di Roma, entra dentro la profondità della parola illuminazione per racchiudere due percorsi ben distinti di ricerca e sperimentazione. Il design e l’illuminazione tecnologica da un lato, l’arte e l’illuminazione esistenziale dall’altro. Due modalità differenti di intendere e creare luce che, nel confronto/scontro espositivo, interagiscono innescando molteplici spunti di riflessione, attraverso una diversa, profonda poetica.

I protagonisti sono la collezione di lampade Archetto, design Theo Sogni per Antonangeli Illuminazione, e l’arte della Junk Collection di Marillina Fortuna, che nasce dall’assemblaggio di frammenti e oggetti di scarto che il mare riporta a riva. Da una parte la ricerca, la qualità e l’innovazione della luce artificiale, dall’altra la luce come interiorità della materia, disvelata attraverso l’azione dell’artista su di essa.

Se per Antonangeli le lampade presentate parlano da sole esprimendo essenzialità, estetica e la funzionalità dell’oggetto-luce, destinato a illuminare gli spazi interni ed esterni, per Marillina Fortuna dobbiamo sottolineare la vita vissuta nelle storie prodotte ad arte, la dignità restituita alla materia trovata, gettata da altri perché ritenuta senza valore, da lei creativamente ri-assemblata.

Possiamo parlare di design vs arte, illuminazione artificiale vs illuminazione esistenziale, luce visibile vs luce non visibile all’occhio umano, lavorazione tecnologica vs manualità artistica, esteriorità vs interiorità, estetica della bellezza vs estetica della vita, multiplo vs unicità. Tuttavia la concezione della luce per Antonangeli e la concezione dell’opera d’arte per Marillina Fortuna, arrivano qui a un risultato, inaspettatamente prossimo. Sono opposti che, andando al di là dei soliti cliché espositivi, si con-fondono: dalla materia alla luce, alla luce della materia…

Omar Calabrese, per la mostra genovese del marzo 2008, affermava che il lavoro di Marillina dà espressione a una specie di idea dell’eterno ritorno, poiché “quel che viene buttato ha la possibilità di ri-accedere al proprio ambiente di partenza e di ‘tornare’ – da vecchio che era stato valutato – completamente nuovo”.

Il paesaggio cui ritorna Marillina non è un’isola greca di tremila anni fa; non è il giardino dell’Eden incontaminato e fecondo. Il suo paesaggio è stato abitato, trasformato, abusato e sfruttato. È un paesaggio di “residui”, di “spazzatura”. Come lei stessa chiarisce, “Il mio residuo, il Junk, è materia prima che utilizzo così come è stata abbandonata e lavorata dalla natura (il mare, il vento, le rocce)”. Ma è anche “qualcosa che rimane di una produzione: di fatto non è quasi mai un oggetto riconoscibile, bensì traccia di qualcos’altro, scartata da una lavorazione: lasciata, abbandonata. Possiamo riconoscerne le origini, capire cos’è grazie all’esperienza e alla conoscenza”.

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