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Neri Oxman, architetto-scienziato

È poco più che quarantenne ed è la fondatrice di un team che fa ricerche su materiali bio e progetti di design generativo.

È probabile che Neri Oxman sia un genio. Infatti un grande progettista è colui che costruisce il mondo come avresti sognato che fosse. Ma un genio è colui che lo realizza come non te lo saresti mai immaginato.

E Neri Oxman ci proietta in un mondo impensato in cui i confini tra artificiale e naturale svaniscono, in cui a costruire le case e gli uffici di domani potranno essere micro-organismi che penseranno anche a gestirne la manutenzione. E così, se un pezzo della casa si dovrà sostituire, sarà riparato dallo stesso edificio, un po’ come succede al nostro corpo quando ci facciamo un taglio o ci prendiamo un raffreddore.

Neri Oxman è nata ad Haifa, in Israele, nel 1976. Ha quindi 44 anni. Durante i quali ha fatto di tutto, compreso l’ufficiale nelle forze armate del suo Paese. Figlia di architetti e con una sorella artista, ha voluto cambiare strada e studiare medicina alla Hadassah Medical School. Per poi capire che il suo destino era seguire il mestiere dei genitori. Ma apportandovi il bagaglio dei suoi studi. Da qui la laurea conseguita all’Israel Institute of Technology e la specializzazione alla Architectural Association di Londra. Quest’ultima, lo ricordiamo, è una delle migliori scuole di architettura del mondo dove hanno studiato e insegnato talenti del calibro di Rem Koolhaas, Zaha Hadid, Bernard Tschumi, per citare solo alcuni dei più noti. Nel 2005 Neri vola a Boston per entrare al MIT e ottenere il PhD, il massimo titolo accademico. La sua tesi è sui materiali da costruzione intelligenti, anzi, come li chiama lei, gli “aware materials”, cioè i materiali consapevoli. Consapevoli di svolgere il loro ruolo nel sistema costruttivo, esattamente come le cellule di un organismo. Il tema non è del tutto nuovo. Lo aveva già intuito un grandissimo architetto operante negli anni Sessanta: John Johansen. Ma Johansen apparteneva a un’altra generazione che aveva meno conoscenze scientifiche e mezzi a disposizione: nonostante abbia vissuto a lungo (1919-2012) gli è mancata la cultura medica, biologica e tecnica sviluppatasi in questi ultimi anni.

Nel 2006 Neri lancia un progetto interdisciplinare targato MIT, material ecology, per sperimentare innovative forme di design generativo. Nel 2016 è tra i fondatori di una nuova rivista: il Journal of Design Science. L’obiettivo è capovolgere la concezione tradizionale del design: gli oggetti non devono essere costruiti mettendo insieme materiali morti, ma devono essere pensati e progettati come organismi viventi. Del resto l’uomo, che è un magnifico oggetto di design, lo si può forse riprodurre imbullonando pezzi di materiali inorganici quali plastica o acciaio?

Ad aiutare Neri, oltre al suo carattere di ferro, è una straordinaria capacità dialettica: la presentazione del suo lavoro alle conferenze internazionali TED è una delle migliori mai sentite. Ha fascino e sa appassionare i ricercatori che al MIT collaborano ai suoi progetti, mostrando una evidente dote di leadership. Ma ancora più importante è che Neri è riuscita a far interessare al suo lavoro la potente curatrice del settore Design del Museum of Modern Art di New York: l’italiana Paola Antonelli (che abbiamo già presentato nelle pagine di greenbuilding magazine). Anche Paola Antonelli, da diverso tempo, sta ragionando sui nuovi rapporti che dovranno intercorrere tra ecologia e design. Rapporti che non implicheranno soltanto una riduzione dei consumi energetici o la produzione di oggetti facilmente smaltibili nell’ambiente, ma un modo completamente nuovo di intendere il design, che sempre più si muoverà verso il mondo intelligente e animato. È una prospettiva certamente che un po’ ci inquieta. Pensare a vestiti organici che abbiano una loro vita e si adattino al tuo umore o a vetri che sappiano dialogare con il sole per meglio proteggerci dai suoi raggi, un po’ ci fa paura. Probabilmente è più tranquillizzante sederci su una sedia di ferro o di legno che rimane là dove è sempre stata, invece che una con la quale ogni giorno dovremmo imparare a relazionarci, se non a fare i conti.
Un nuovo futuro si sta preparando. E mi piace pensare che una casa intelligente ci possa aiutare, meglio di una tradizionale, a tenere fuori dalla porta guai come il coronavirus, individuandoli e combattendoli subito come ospiti indesiderati. Chissà se sarà un giorno possibile…

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