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Odile Decq, la “dame noire” dell’architettura

È diventata architetto quando progettare era un lavoro solo per uomini, detesta la definizione di “archistar” e rivendica il diritto di costruire come impegno sociale. Odile Decq, classe 1955, architetto premiato con il Leone d’oro, Commandeur de l’Ordre des Arts et des Lettres, direttore della École spéciale d’architecture di Parigi e Chevalier de la Légion d’Honneur, si racconta in esclusiva ai lettori di GreenBuilding magazine.
di Luigi Prestinenza Puglisi

Non ci sono tante architetto donna famose. Secondo te perché?
Perché ancora oggi tutto il mondo delle costruzioni è prevalentemente maschile. Quando affronto un progetto, il cliente, l’ingegnere, i tecnici, gli operai sono solitamente uomini ed è difficile che veda di fronte a me una donna. Eppure più del 50% degli studenti delle facoltà di architettura sono donne. Ma poi solo il 25-30% lavora come architetto. Forse perché l’ambiente le scoraggia e così sono portate a non credere a se stesse. E poi è un mondo non solo maschile ma a volte anche maschilista. Tanto è vero che, per esempio, è difficile essere selezionate da una commissione di concorso. Per me all’inizio è stato molto difficile e, ancora oggi, a Parigi vedo che rispetto ai miei colleghi ho costruito di meno. Ma forse deriva anche dal fatto che ho un atteggiamento sperimentale e in edilizia si è poco propensi ad accettare la sperimentazione.

Quanto conta nei tuoi progetti la sostenibilità?
Per me è normale avere un atteggiamento attento alla sostenibilità. Forse perché ho studiato negli anni Settanta quando scoppiò per la prima volta la crisi energetica. In quegli anni si parlava di solare ed era molto importante tenere conto delle esposizioni e dei fattori climatici. All’epoca non esistevano però ancora norme stringenti. Oggi sì. Tutto è diventato tecnicamente più complesso. Personalmente cerco di non applicare ricette precostituite. Penso che ogni progetto faccia caso a sé.

Oggi si predica il bisogno di tornare ai materiali naturali. Tu che ne pensi? E tra High Tech e Low Tech cosa scegli?
Credo che non sia più tempo di High Tech ma di Low Tech. Per me vuol dire cercare di usare i materiali in modo semplice. Sì, nel modo più semplice ed efficace possibile. Mai l’effetto per l’effetto. Anche se devo aggiungere che arrivare alla semplicità è a volte un lavoro lungo e difficile. Nei miei progetti inoltre uso poco i materiali naturali. Preferisco il ferro e il vetro perché sono materiali che esprimono una ricerca tecnologica sempre più avanzata. Oggi con il vetro, per esempio, si fanno meraviglie. Anche sul cemento l’industria sta lavorando molto e con profitto: dal punto di vista della resa formale, del risparmio energetico e delle prestazioni.

C’è un gran parlare di recupero della lentezza, dello slow food, del tempo della meditazione. Ti ritrovi in un mondo di questo tipo?
Non sono un temperamento slow. Corro da una parte all’altra. Certo, preferisco spendere il mio tempo a ragionare prima di fare le cose, ma poi bisogna essere rapidi. E non si può stare a pensare troppo a lungo. Io intendo lo slow food come un modo di mangiare più salutare, più dietetico, che evita atteggiamenti insani nei confronti del cibo. Così forse dovrebbe essere la slow architecture. Non più lenta ma più sana.

Due semplici idee che, se si attuassero, renderebbero le nostre città un pochino migliori…
Innanzitutto una maggiore socialità urbana attraverso spazi idonei a stimolarla. Oggi siamo troppo isolati gli uni dagli altri. Viviamo come monadi. Stiamo perdendo il senso della civilizzazione, del vivere insieme. Forse le città italiane hanno meno bisogno rispetto ad altre di spazi collettivi. A Parigi ne sentiamo un gran bisogno. In compenso devo dire che in Francia c’è una maggiore infrastrutturazione del territorio, con servizi pubblici e trasporti che da voi sono più carenti. La seconda idea è garantire spazi confortevoli e psicologicamente stimolanti alle persone che sempre in maggior numero diventeranno gli abitanti delle metropoli contemporanee. Pensare di risolvere l’inurbamento solo in termini di astratti standard funzionali non basta.

Nei tuoi edifici c’è molto uso del colorE rosso e del nero. C’è un motivo particolare?
Sì, è vero, soprattutto nei musei che tutti dicono debbono essere bianchi. Il nero, secondo me, è un colore neutro come il bianco. Ma è più forte, più stimolante. Costringe l’arte a un confronto.
Il rosso, invece, suggerisce l’energia e la vita.

Qual è il posto dove vorresti andare in vacanza? A proposito, vicino o lontano dall’architettura?
In Bretagna dove sono nata. Su una spiaggia che guarda l’oceano. Con il vento tra i capelli.

Allora lontano dall’architettura?
No, perché l’orizzonte è una dimensione dell’architettura. E poi quando sono in vacanza il cervello riposa e i pensieri sull’architettura vengono a galla.

Il macro a Roma. Quali sono i suoi punti forti?
Non lo so, lo devi dire tu che sei un critico. Forse il percorso. Stamattina sono stata là con alcuni ospiti che dicevano che era piacevole passeggiare. Perché solo attraverso la deambulazione è possibile scoprire l’arte.

È difficile lavorare in Italia? È meglio lavorare in Francia? E se sì, perché?
Sì, è molto difficile, a volte estenuante a causa della burocrazia e della retorica.

Della retorica?
Sì, la retorica della conservazione e poi il gran chiacchierare su tutto e di tutti con riunioni interminabili. Anche in Francia non è facile lavorare, troppe norme e troppe protezioni assicurative date dalla paura di sbagliare.

Raccontaci dei progetti internazionali ai quali stai lavorando in questo momento che ti coinvolgono di più.
Un museo in Cina dedicato all’uomo di Nanchino, uno dei nostri progenitori. È ubicato fuori dalla città in un paesaggio naturale e così il progetto gioca con il landscape. Sto anche finendo un edificio per uffici a Lione per la sede di una grande compagnia. Sono quattro livelli a sbalzo di circa 25 metri ciascuno. È un progetto complicato e sofisticato. Completamente vetrato. Eppure a guardarlo, sembra molto semplice. Sto anche lavorando a una scuola del cinema in Svizzera vicino a Losanna, ma il lavoro che in questo momento mi sta divertendo di più sono piccoli oggetti per la tavola progettati per Alessi: forchette, coltelli, piatti, vassoi.

Dal cucchiaio alla città?
Beh sì, anche letteralmente. Se pensi che sto disegnando anche piani urbanistici per due cittadine francesi.

Un architetto, non necessariamente contemporaneo, al quale t’ispiri o che comunque ti affascina. E perché?
Non amo un architetto in particolare. Sono però attratta da alcune opere di progettisti tra loro molto diversi e tra loro molte diverse.

Per esempio?
La Sagrada Familia di Gaudì a Barcellona, il Museo Ebraico di Libeskind a Berlino, il Guggenheim di Gehry a Bilbao, l’Opera House di Utzon a Sydney.

Posso farti una domanda un po’ impertinente e che ho fatto anche a Renzo Piano e a Massimiliano Fuksas? Se non fossi stata Odile Decq, chi saresti voluta essere?
Non saprei… [ci pensa qualche secondo]… direi diverse persone. Mi piacerebbe per esempio essere Mozart per la facilità e la gioia della sua arte. Oppure George Sand che era un’importante letterata e un punto di riferimento per la cultura a lei contemporanea. O la cantante Janis Joplin. Insomma: o un musicista o uno scrittore.

(Foto: © Markus Deutschmann)


Biografia
Odile Decq, nel 1978 subito dopo la laurea, stabilì il suo ufficio a La Villette, mentre studiava alla facoltà di Scienze Politiche di Parigi, dove conseguì un diploma post-laurea in Pianificazione Urbana nel 1979. Subito acquisì fama a livello internazionale e all’inizio del 1990 si aggiudicò il primo incarico importante: la realizzazione della Banque Populaire de l’Ouest a Rennes. Le pubblicazioni e i numerosi premi che contraddistinsero l’edificio misero in evidenza l’emergenza di una nuova speranza, scaturita direttamente dalla ribellione punk che rivoluzionò le vecchie convenzioni. Mettendo in discussione la commessa, l’uso, la materia, il corpo, la tecnica e il gusto, l’architettura di Odile Decq fornisce uno sguardo paradossale, morbido e rigoroso allo stesso tempo, sul mondo di oggi. Nel 1996 fu premiata con il Leone d’Oro a Venezia. Da allora, Odile Decq è rimasta fedele al suo atteggiamento da combattente, diversificando e radicalizzando la sua ricerca.
Tra i progetti realizzati:
Centro amministrativo della Banque Populaire de l’Ouest, Rennes, Francia, 1990; Centro Operativo Autostradale e Viadotto, Nanterre, Francia, 1996; Tre edifici per l’Università di Nantes, Nantes, Francia, 1998; ristrutturazione della Conference Hall e arredo, Unesco, Parigi, Francia, 2001; Headquarter OPAC, Bar le Duc, Francia, 2003; Sede Assindustria, Terni, Italia, 2004; ristorante Il Tre, Parigi, Francia, 2005; Esense Barca Wally 143’, Fano, Italia, 2006.
Fra le sue opere più recenti:
il MACRO (Museo d’Arte Contemporanea di Roma), il ristorante Opéra Garnier di Parigi e il FRAC (Museo d’Arte Contemporanea di Rennes), l’Art Hôtel a Beijing (Cina) e il Museo Geologico di Tangshan, Nanjing, in Cina. Odile Decq si dedica altresì all’insegnamento. È infatti direttore dell’École Spéciale d’Architecture di Parigi e visiting professor in diverse università straniere tra cui la prestigiosa Columbia University di New York. È stata nominata Commandeur des Arts et Lettres, membro dell’Académie Française d’Architecture, Chevalier Legion d’Honneur, membro onorario internazionale del Royal Institute of British Architects RIBA di Londra e Ufficiale dell’Ordre du Mérite a Parigi.

Paleontological and Geological Museum, Nanjing, Cina (© Odile Decq)
Paleontological and Geological Museum, Nanjing, Cina (© Odile Decq)
Phantom Opera Restaurant, Parigi (© Odile Decq – Roland Halbe)
Phantom Opera Restaurant, Parigi (© Odile Decq – Roland Halbe)
Paris Nord Est, Business Incubator Project, Parigi. (© Odile Decq – LABTOP)
Paris Nord Est, Business Incubator Project, Parigi. (© Odile Decq – LABTOP)
Edificio per uffici, Lione. (© Odile Decq)
Edificio per uffici, Lione. (© Odile Decq)
Macro – Museo d’Arte Contemporanea, Roma (Foto: © Odile Decq – L.Filetici)
Macro – Museo d’Arte Contemporanea, Roma (Foto: © Odile Decq – L.Filetici)
Macro – Museo d’Arte Contemporanea, Roma (Foto: © Odile Decq – L.Filetici)
Macro – Museo d’Arte Contemporanea, Roma (Foto: © Odile Decq – L.Filetici)
Macro – Museo d’Arte Contemporanea, Roma (Foto: © Odile Decq – L.Filetici)
Macro – Museo d’Arte Contemporanea, Roma (Foto: © Odile Decq – L.Filetici)
Macro – Museo d’Arte Contemporanea, Roma (Foto: © Odile Decq – L.Filetici)
Macro – Museo d’Arte Contemporanea, Roma (Foto: © Odile Decq – L.Filetici)

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