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Possiamo avere fiducia nei ponti?

Il messaggio è questo: non bisogna averne paura, tanto che li si può anche abitare tranquillamente

Coinvolti come siamo dall’aspetto emozionale del crollo del ponte di Genova, ci facciamo prendere da timori e paure nei confronti delle grandi strutture calcolate dai migliori ingegneri. Non è una sensazione nuova, anzi è una storia che si ripete. Nel maggio del 1933 un ingegnere comunale di Zurigo dal nome inquietante, Josef Killer, rifacendo i calcoli di una copertura appena costruita, scopre che il suo progettista, il geniale ingegnere Robert Maillart, ha compiuto un errore nel disegno delle armature. E così viene dato l’incarico al professor Max Ritter, suo acerrimo avversario, di rifare i calcoli. Ne viene fuori una polemica sulla sicurezza che va sulle pagine dei giornali. Maillart sostiene che la struttura è sicura e, comunque, che bastano pochi miglioramenti per aumentarne le prestazioni e stare totalmente tranquilli. Ritter fa invece notare che non rientra all’interno delle nuove norme previste dal codice svizzero. A fronteggiarsi sono due scuole di pensiero. Da un lato quella che crede che le strutture debbano essere prodotte ricorrendo alla creatività e alla fantasia e poi accertate attraverso modelli e verifiche empiriche. Dall’altro quella che fa ampio ricorso all’uso di calcoli spesso astrusi e crede poco nell’invenzione e nell’originalità. Scottati come siamo dal tragico crollo del ponte di Genova, saremmo portati oggi a dare maggiore ascolto a Max Ritter. Eppure di Max Ritter non ricordiamo nessuna opera significativa, mentre invece Robert Maillart, proprio perché privilegiava l’intelligenza della forma, lo ricordiamo come uno dei più incredibili costruttori di ponti, l’inventore di alcuni schemi innovativi che ancora oggi utilizziamo, un punto di riferimento imprescindibile per chi voglia accostarsi a strutture ingegneristiche complesse. Possiamo addirittura dire che i paesaggi svizzeri, senza i bellissimi – e solidissimi – ponti di Maillart, non sarebbero gli stessi.

Millau Viaduct, Millau, Francia, 2004. Foster + Partners. Ph. © Jean-Philippe Arles, Reuters, Millau
Millau Viaduct, Millau, Francia, 2004. Foster + Partners. Ph. © Jean-Philippe Arles, Reuters, Millau

Tra i molti ingegneri che a lui si ispirarono, figura un italiano non meno geniale, Sergio Musmeci. Aveva lavorato sia con Riccardo Morandi, l’autore del ponte di Genova, sia con Pier Luigi Nervi, cioè con i due calcolatori italiani più importanti e attivi nel dopoguerra. Appassionato dalla teoria del minimo strutturale, Musmeci rivoluzionò il modo di pensare le strutture. Infatti, invece di partire da una forma prefissata per poi verificarla secondo le leggi del calcolo, sostenne che bisognava partire dalle tensioni che si sarebbero volute ottenere nel manufatto per arrivare così alla forma ottimale. La conformazione ottimale del ponte, in altre parole, sarebbe stata non il dato da cui partire, ma il risultato a cui arrivare. Il più celebre è il ponte sul Basento: ha forme tanto inconsuete che ancora meraviglia coloro che vi si imbattono. Una forma organica che non si sa se rassomiglia di più a una pianta o a uno strano animale. Fatto sta che il ponte, le cui sezioni di calcestruzzo armato sono di appena trenta centimetri di spessore, ha resistito a più di un terremoto. Lo stesso Musmeci, grazie al suo metodo, riuscì anche a capire come superare il problema dell’attraversamento dello stretto di Messina. E superare i tre chilometri tra pilone e pilone, mentre nessun manufatto, in base alle conoscenze che si avevano nel 1970, avrebbe potuto superare in un’unica arcata i due chilometri. Alcuni sostengono che, se si fosse realizzato, il ponte di Musmeci non avrebbe tenuto. E, in effetti, tra gli strutturisti sembra che difficilmente si trovi accordo sul buon funzionamento delle opere più ardite.

Millennium Bridge, Londra, Regno Unito, 2000. Foster + Partners. Ph. © Nigel Young – Zaragoza Bridge Pavilion, Saragozza, Spagna, 2008. Zaha Hadid Architects. Ph. © Fernando Guerra
Millennium Bridge, Londra, Regno Unito, 2000. Foster + Partners. Ph. © Nigel Young – Zaragoza Bridge Pavilion, Saragozza, Spagna, 2008. Zaha Hadid Architects. Ph. © Fernando Guerra

È nota, per esempio, la storia del ponte di Tacoma, inaugurato nel 1940 e presentato come il terzo ponte sospeso più lungo del mondo dopo il Golden Bridge di San Francisco e il George Washington Bridge di New York. Autore Leon Solomon Moisseiff che propose, rispetto agli altri progettisti, una campata sottile, ma rigida. Un dettaglio progettuale che avrebbe consentito di contenere i costi, oltre a garantire un aspetto slanciato. Già durante i lavori il ponte oscillava, ma vennero adottate contromisure che, si vede, non bastarono perché, a poco meno di cinque mesi dell’inaugurazione, il ponte oscillava paurosamente. Il tempo di chiuderlo al traffico e la struttura rovinò. I londinesi probabilmente pensavano alla sorte di questo ponte quando nel 2000, a distanza di molti anni, fu inaugurato il Millennium Bridge, una passerella pedonale sul Tamigi progettata da Norman Foster. Le vibrazioni erano tante che già due giorni dopo la struttura, costata 18 milioni di sterline, è stata chiusa. E sono serviti altri 5 milioni di sterline per risolvere il problema con smorzatori a inerzia. Il ponte, però, oggi può essere fruito in tutta la sua bellezza ed è una delle principali attrattive londinesi. L’inconveniente non ha impedito a Norman Foster di essere chiamato a realizzarne altri e più impegnativi, quali il viadotto di Milau, che unisce le valli a nord e ad est del fiume Tam, creando un collegamento diretto tra Parigi e la costa mediterranea. Il ponte ha un’altezza di 343 metri, leggermente più alto della torre Eiffel e 
40 metri più basso dell’Empire State Building che negli anni Quaranta era il più alto grattacielo del mondo.

Per completare questa veloce carrellata sui ponti, sarebbe opportuno ricordare che diversi sono mobili, per dare modo di far passare le barche e le navi di maggior altezza. I paesi del nord Europa sono specialisti in proposito e la letteratura scientifica ha individuato una decina di tipologie di movimento. Nel 2002, grazie al genio di Thomas Heatherwick, se ne è aggiunta un’altra: quella del ponte che si arrotola su se stesso, il Rolling Bridge. Mentre da tempo, l’ufficio di Zaha Hadid insiste sulla necessità di pensare i ponti come strutture edilizie dedicate al commercio, sul modello di Ponte Vecchio a Firenze. Naturalmente con un’immagine più avveniristica. Dei ponti, ecco il messaggio, non bisogna avere paura, tanto che li si può anche abitare tranquillamente.

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