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Renzo Piano, architetto di frontiera


A New York la Columbia University, a Taiwan il Museo del Tesoro Cinese. Sono gli ultimi lavori del progettista più internazionale d’Italia. Che qui si racconta.

di Luigi Prestinenza Puglisi

Cosa è la sostenibilità?
Ah, questo me lo dovresti dire tu che sei un critico. Io ti posso solo raccontare che sono stato attratto dall’argomento sin da quando non si chiamava così. La scommessa era sottrarre materia, togliere più che aggiungere e sfidare la forza di gravità. Ero attratto dalle strutture spaziali, da quello che oggi si chiama space frame.

Una scelta alla Buckminster Fuller o alla Calvino?
No, a quell’età la leggerezza era solo un modo diverso di vedere la vita, di tentare una nuova strada. E di differenziarsi da mio padre che era un costruttore e metteva in piedi solidi muri. Per me ridurli al minimo era acquistare una propria identità.

Quindi non era risparmiare combustibili?
Non era ancora scoppiata la crisi energetica e il petrolio era a buon mercato. La prima struttura che feci, la realizzai proprio per mio padre e per mio fratello: un’ossatura in acciaio con un tetto in plastica. La leggerezza era fare posto alla luce. La mia era una posizione più intuita che ragionata.

E oggi?
Oggi la sostenibilità è anche qualcosa d’altro: non è solo risparmiare materia.

Come è nato il progetto della Academy of Sciences a San Francisco?
Dall’idea di inserire un frammento di natura in copertura. è stata suggerita dal fatto che John Muir, il grande naturalista che ha operato proprio là in California, influenzando la formazione della moderna scienza ambientale, ha molto lavorato per la conservazione del paesaggio. L’Accademia è un tentativo di produrre bellezza, dare gioia, valorizzare la luce. Sono tornato di recente: era piena di bambini e proiettava l’ombra di una foresta. Era il risultato che volevo ottenere.

Hai disegnato nuove pale eoliche. Non sono pericolose per il paesaggio?
Sì, se sono alte ottanta metri. E poi sono poco funzionali e non adatte al clima italiano, dove si può catturare vento di sommità salendo molto in alto con un risultato catastrofico per il profilo delle montagne. Bisogna invece sfruttare il vento tangente. Le pale che ho disegnato sono otto metri, si muovono con un solo nodo di vento e non cinque o sei. Come le barche a vela che reagiscono, se sono leggere, alla più piccola brezza.

L’architetto deve quindi conoscere il vento?
Deve saper utilizzare gli elementi della natura, come un buon marinaio. Nel Centro Culturale Tjibaou in Nuova Caledonia, per esempio, gli Alisei producono una sovrapressione in sommità e una sottopressione in basso per ventilare naturalmente l’edificio. In un certo senso questo modo di progettare ha anche un interesse antropologico, perché mostra come erano ventilate le capanne delle popolazioni aborigene.

A un certo punto hai proposto per piazza Duomo a Milano di realizzare un parco piantando nuovi alberi…
La stampa ha amplificato e un po’ travisato il progetto. Erano previsti solo 18 carpini. Le 90mila piante che ho proposto di piantare in piazza Duomo erano altrove: 80mila nell’area periferica e 10mila in zone semicentrali.

Con il Centro Pompidou sei stato considerato un antesignano. Che fine ha fatto l’High Tech?
Il Centro Pompidou non era alta tecnologia, almeno non così come si è voluto credere. Se rassomigliava a una macchina era per evitare che diventasse un monumento. Eravamo giovani e, come ti accennavo, desiderosi di differenziarci. Abbiamo pensato a una nave, come la avrebbero potuta disegnare Federico Fellini o Jules Verne. Quando ci dicevano che era un transatlantico o, peggio, una raffineria noi eravamo felici.

Credi che quel modo di progettare ci possa essere ancora d’aiuto? E tra High Tech e Low Tech cosa scegli?
Posso risponderti con una battuta? Io scelgo quello che mi serve. Qualcuno diceva che la tecnologia è come il tram: è utile se va nel posto dove tu ti devi recare. Se no, no. Non la si deve rifiutare a priori, così come non si rifiuta una medicina. Se stai male serve prendere un antibiotico, non si discute. E poi la tecnologia è voglia di sapere. Da Brunelleschi a Galilei. Oggi stiamo realizzando per la Columbia University un centro all’avanguardia per lo studio del cervello. è un’impresa entusiasmante dal punto di vista scientifico. La tecnologia è anche un desiderio, e bisogna scegliere quella giusta che molto spesso è quella attuale. Non bisogna però trasformarla in un feticcio.

Nelle interviste ami presentarti come un artigiano, ma poi hai progettato grattacieli e aeroporti. Non c’è una contraddizione?
No, se pensi che anche grattacieli e aeroporti sono fatti di pezzi. E i pezzi li devi esplorare con cura artigianale. Generalizzando si potrebbe dire che la tecnica è lo strumento attraverso il quale un buon esecutore, esattamente come un bravo pianista, capisce quale sia la forza da imprimere a ogni tasto. La tecnica, alcuni la chiamano techne, è anche l’arte di conoscere il proprio linguaggio. Personalmente non parto mai da uno schizzo ma cerco sempre di non separare il momento di ispirazione spirituale da quello tecnico. Per provare a legare con un filo rosso tecnica e poesia. Senza tecnica si è disarmati.

Dove preferisci lavorare: in Italia o all’estero? E quali problemi incontri quando lavori in Italia?
In Italia, anche se ti può sembrare strano. E poi noi lavoriamo da italiani. è un imprinting, un’eredità, ma anche una riserva e una sostanza. Consiste nel porsi rispetto alle cose con una certa curiosità, nel farsi certe domande e nel dubitare. Detto questo, l’Italia è il Paese più difficile. Il suo male è la discontinuità, il non voler prendere decisioni, la burocrazia. Non perché non ce ne sia altrove. In Germania e in Giappone per esempio la burocrazia è presente e pesante. Ma non ti rende impossibile la vita attraverso labirinti interpretativi.
Un altro aspetto positivo dell’Italia è il contesto sempre interessante. Il paesaggio o l’edilizia storica non sono mai banali e ti pongono delle sfide. E queste stimolano la creatività più che l’assoluta libertà.

Qual è il progetto realizzato in Italia a cui sei più legato? E perché?
Non te lo dirò mai anche perché non lo so. è come scegliere un figlio rispetto ad altri. Beh, proprio come un figlio no (sorride), ma comunque hai capito il concetto…

Anche all’estero le polemiche, quando si realizzano edifici in contesti delicati, non mancano. Come è andata con la realizzazione del convento a Ronchamp vicino al capolavoro di le Corbusier?
Finalmente adesso che è stato completato e tutti possono vederlo, si stanno placando le polemiche. Ti assicuro non sono state poche. Certo, le paure erano legittime: in fondo costruivo vicino a uno dei massimi capolavori dell’architettura contemporanea. Ma giocava negativamente il fatto che alcuni critici non mi avevano ancora perdonato di aver realizzato, assieme a Richard Rogers, da straniero, il Centro Pompidou.
L’ironia del destino è stata che a chiamarmi a costruire il convento, che poi è un’opera di dimensioni modeste per dodici suore, sono stati François Mathey e Dominique Claudius Petit, cioè i figli di coloro che avevano chiamato Le Corbusier.
Un ruolo importante ha avuto anche la superiora delle Clarisse, suor Brigitte. Fu lei a venire in studio e a raccontarci che con le consorelle avrebbero voluto abitare la collina. Ricordo ancora che sono andato là con gli studenti dell’Università di Strasburgo, con un centinaio di picchetti, molto filo e una decina di martelli per trovare il luogo che più si integrasse con la natura circostante e meno arrecasse fastidio all’opera di Le Corbusier. Oggi posso dire con un certo orgoglio che il nuovo edificio non lo vedi, anche se ne senti la presenza.

Raccontaci dei due progetti a cui stai lavorando in questo momento che ti coinvolgono di più.
Il primo è per la Columbia University tra Broadway e la 125a a West Harlem. è un campus moderno diverso da quelli del passato che si facevano notare per la monumentalità e un carattere intimorente.
Oggi la sfida è integrarsi con la città, tirar fuori l’energia delle zone periferiche. Se nel passato il problema era tutelare i centri storici, nel presente è trasformare ciò che non è ancora bello ma non è meno interessante. E poi, come ti dicevo, in questo campus ci sarà un centro per lo studio del cervello. Hanno un programma per cinquant’anni e, proprio per questo, impiegano studiosi giovanissimi che potranno, così, seguire tutta la ricerca.
L’altro progetto è a Taiwan. è il museo dove verrà esposto il tesoro cinese, sfuggito prima alle razzie dei giapponesi e poi sottratto alle truppe di Mao. Per molto tempo è stato occultato in una caverna e solo oggi, grazie a un accordo con la Cina, tirato fuori dal suo nascondiglio. Entrambi i progetti hanno una storia affascinante. E i progetti più stimolanti sono quelli che nascono da una narrazione.

Posso farti una domanda un po’ impertinente? Se non fossi stato Renzo Piano, chi saresti voluto essere?
Io non sono Renzo Piano (ride). In un film di Almodóvar un personaggio afferma che si è tanto più autentici quanto più si assomiglia a ciò che si è sempre desiderato di essere. E allora tu non sei quello che sei, ma colui che cerca di essere chi vorresti essere. Cominci da bambino, come il Barone Rampante di Calvino. Per mezz’ora sali sull’albero per scherzo, poi ci resti un giorno e alla fine ci passi la vita.

(Foto: Stefano Goldberg)


Biografia
Nasce a Genova nel 1937 in una famiglia di costruttori. Nella sua città matura forti radici culturali ed espressive con il centro storico, con il porto e con il mestiere del padre. Durante l’università, al Politecnico di Milano, lavora nello studio di Franco Albini. Si laurea nel 1964 e inizia a sperimentare con strutture leggere, mobili e temporanee. Tra il 1965 e il 1970 compie numerosi viaggi di ricerca e di scoperta in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Nel 1971 fonda a Londra lo studio Piano & Rogers in collaborazione con Richard Rogers, con cui vince il concorso per la realizzazione del Centre Pompidou di Parigi, città nella quale si trasferisce. Dai primi anni Settanta agli anni Novanta collabora con l’ingegnere Peter Rice, creando l’Atelier Piano & Rice attivo dal 1977 al 1981. Nel 1981 costituisce infine il Renzo Piano Building Workshop, ufficio che riunisce circa 150 persone con sedi a Parigi, Genova e New York.
Ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti tra i quali: Premio Compasso D’Oro a Milano (1981), la Royal Gold Medal al RIBA a Londra (1989), il Kyoto Prize a Kyoto (1990), Godwill Ambassador dell’Unesco (1994), il Praemium Imperiale a Tokyo (1995), Erasmus Prize ad Amsterdam (1995), il Pritzker Architecture Prize alla Casa Bianca a Washington (1998), il Leone d’Oro alla Carriera a Venezia (2000), la Medaglia d’oro all’architettura italiana a Milano (2003), la Gold Medal AIA (American Institute of Architects) a Washington (2008) e il Sonning Prize a Copenhagen (2009). Dal 2004 si impegna per la Fondazione Renzo Piano, organizzazione no-profit dedicata alla promozione della professione di architetto attraverso programmi educativi ed attività didattiche. La nuova sede è stata inaugurata a Genova, Punta Nave, nel giugno 2008.

Centro Culturale Jean-Marie Tjibaou in Nuova Caledonia (Foto: John Gollings)
Centro Culturale Jean-Marie Tjibaou in Nuova Caledonia (Foto: John Gollings)
Centro Georges Pompidou, Parigi (Foto: Gianni Berengo Gardin)
Centro Georges Pompidou, Parigi (Foto: Gianni Berengo Gardin)
London Bridge Tower – The Shard, Londra (Foto: Michel Denancé)
London Bridge Tower – The Shard, Londra (Foto: Michel Denancé)
California Academy of Sciences,  San Francisco (Foto: Tom Fox, SWA Group)
California Academy of Sciences, San Francisco (Foto: Tom Fox, SWA Group)
Columbia University Campus, New York (Render by L’Autre Image – ©RPBW)
Columbia University Campus, New York (Render by L’Autre Image – ©RPBW)
Schizzo 90mila alberi, Milano (© RPBW)
Schizzo 90mila alberi, Milano (© RPBW)
Pala eolica, Genova (Foto: Stefano Goldberg)
Pala eolica, Genova (Foto: Stefano Goldberg)

 

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