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Riqualificazione del territorio: mestiere da architetto


Natale Raineri, Presidente dell’ordine degli Architetti di Genova, in esclusiva per GreenBuilding magazine ci parla del settore delle costruzioni e di come, a suo avviso, dovremmo occuparci della riqualificazione energetica e strutturale degli edifici e soprattutto della qualità dell’architettura attraverso la consapevolezza che il paesaggio è la nostra vera infrastruttura.

di Natale Raineri

Il dissesto del territorio ligure merita molta attenzione ma l’analisi che spesso viene riportata dalla stampa – si è costruito troppo e male e spesso senza alcuna autorizzazione o in sanatoria – sembra confondere le cause con gli effetti.

Non intendo commentare le tempistiche che obbligano una città come Genova a convivere con due strumenti urbanistici e sul blocco che questa situazione porta sul comparto edilizio, perché ormai la crisi è drammatica e meriterebbe altro spazio, mentre mi sembra interessante porre attenzione sul fatto che gli architetti si stanno adoperando per riqualificare il nostro territorio e il comparto edilizio esistente. Gli architetti genovesi sono per l’opzione zero.

Basta costruire se prima non si è messo in sicurezza il territorio ma non costruire – nuove costruzioni in zone non antropizzate (e dove si trovano?) – non vuol dire non recuperare il patrimonio edilizio esistente.

Il massiccio modo di costruire in Liguria e il triste primato del termine “rapallizzazione” si riferisce fortunatamente a un periodo che ormai appartiene al secolo scorso. Il territorio genovese è debole e fragile ma la percezione che si ha dell’ambiente in cui viviamo è per fortuna profondamente mutata nell’ultimo quarto di secolo.

La preoccupazione che sembra trasparire da chi dovrebbe gestire il territorio è quella di contenere un eventuale sviluppo edilizio: ma chi sarebbe adesso così folle da proporre un insediamento abitativo come quello dei vecchi piani di zona? Sorvolando sul fatto che sono stati interventi pubblici per risolvere il problema dell’emergenza abitativa, oggi né la mano pubblica (per mancanza di fondi) né un privato (per mancanza di mercato) proporrebbe mai interventi di quel tipo.

Sul costruire sul costruito siamo ormai tutti d’accordo – a parte qualche estremista verde – che tanto non si riesce a vendere neanche un intervento nel cuore del più ricco quartiere della città.

Allora, prima di perdere altri anni a discutere su dove porre le varie linee e i loro improbabili confini, sarebbe meglio cominciare a chiedere a chi intanto convive con la crisi dell’edilizia e con le norme di salvaguardia se è possibile fare questi interventi sul patrimonio edilizio esistente. Sapete qual è la risposta? Che con le attuali normative non si riesce a recuperare nulla. O meglio, si riescono a fare, con una fatica biblica, piccolissimi interventi. Se vogliamo non solo recuperare ma più semplicemente mantenere il territorio dobbiamo viverlo, abitarlo, controllarlo, contenerlo.

Dovremmo occuparci maggiormente della riqualificazione energetica e strutturale degli edifici e soprattutto della qualità dell’architettura attraverso la consapevolezza che il paesaggio è la nostra vera infrastruttura.

Il Bel Paese, la nazione che ha nella propria carta costituzionale la tutela dell’ambiente, non sente la necessità di aspirare al bello ma soltanto di tutelare un parametro, un numero oltre il quale non andare o dentro il quale rimanere. La qualità va perseguita con un attento lavoro di conoscenza, di analisi, di esplorazioni progettuali per verificare la capacità di trasformazione dei manufatti esistenti in rapporto alle necessità individuate.

Nelle aree in cui era stata inizialmente prevista la possibilità di un aumento di edificazione, oggi l’orientamento è quello del recupero dei volumi esistenti. Può essere giusto o sbagliato: si tratta di valutare la congruenza delle destinazioni con un’analisi attenta, sapiente e profonda dei manufatti esistenti e della loro potenzialità di trasformazione.

Si tratta di valutare la qualità urbana che si può ottenere in un caso e nell’altro. Le mail nostalgiche che ricordano la presunta poesia di quando bambini si giocava con un legno e un gessetto e la tv era solo carosello e con un chewingum ci si sentiva già grandi mi fanno innervosire: come ha detto Pamuk – proprio nella sala del consiglio – a proposito del museo dell’innocenza, è che in realtà abbiamo nostalgia della nostra giovinezza… non del mondo che rievochiamo, e non è civile imporre agli altri i propri falsi miti.

È vero che il passato è irripetibile, e abbiamo la responsabilità di trasmetterlo alle generazioni future, ma anche il presente per ognuno di noi è irripetibile.

Le inevitabili incongruenze e discontinuità nel tessuto urbano, create dal non intervento o dalla conservazione rigida dei manufatti a scapito della coerenza e funzionalità urbana, sono errori imperdonabili. Occorre mettersi in gioco e mettere in gioco il nostro passato per ottenere nuove coerenze.

Io vorrei trovare un Carlin Petrini (ndr, fondatore di Slow Food) dell’architettura, qualcuno che faccia comprendere a chi ci amministra qual è la strada per migliorare l’efficienza e la sostenibilità dell’architettura ma anche dell’offerta di buona architettura, prima che anche l’ultimo architetto chiuda lo studio per mancanza di lavoro.

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