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Nuovo teatro dell’opera di Firenze. Una sfida creativa e un tema progettuale complesso


L’architetto Paolo Desideri, dello studio ABDR, racconta la genesi tecnica ma soprattutto emotiva del grande polo per la musica.

di Paolo Desideri

Non tutti i progetti sono uguali per un architetto.

Per quanto mi riguarda credo che la differenza sia determinata anzitutto dal livello della complessità di un progetto rispetto a un altro, e poi dal differente livello di coinvolgimento emotivo che si sprigiona sempre, ma appunto in misura differente, nelle fasi della progettazione.

Il livello di complessità è in qualche modo legato alla dimensione della sfida che un architetto è chiamato ad affrontare ogni volta che si misura con una realizzazione: non esistono progetti semplici, ma alcuni sono davvero complessi per gli aspetti tematici specifici, per i rapporti con i contesti fisici, per la vastità e la dimensione complessiva, per la necessità di elevatissimi livelli di integrazione con le ingegnerie, per la particolarità delle modalità costruttive da adottare.

Il livello di coinvolgimento emotivo che in un office di architettura come il nostro si sprigiona attorno a un progetto è sempre qualcosa di imprevedibile e di irrazionale. Una miscela alchemica che da subito costituisce la massa emotiva che alimenta il diverso livello di interesse nei confronti di un progetto: la pietra filosofale che sempre si autoproduce come il risultato delle reazioni personali mie, di Maria Laura, di Michele, di Filippo. A volte meno, a volte più capace di produrre interesse e coinvolgimento e passione e lucidità e integrazione: una massa indicibile di comportamenti e di attitudini che subito sanno percepire i nostri collaboratori e che, inesorabilmente, finisce per contagiarli.

Dunque una miscela di ragioni oggettive e di ragioni soggettive fanno nel mio vissuto di architetto la differenza tra i singoli progetti.

Fin dal primissimo approccio al progetto per il Nuovo Teatro dell’Opera di Firenze, i parametri di misura di tutti e due i livelli si sono manifestati nella loro eccezionalità. Anzitutto la complessità del tema progettuale, che in questo caso si mostrava come una sfida sorprendente.

La delicatissima collocazione del Nuovo Teatro nel tessuto urbano di una città straordinaria come Firenze, proprio al bordo del Parco delle Cascine, nel suo apice più incuneato dentro la città storica. Un’area che il Piano urbanistico destina alla musica e alla cultura e che subito ci è apparsa in attesa di un’architettura in grado di far trasfigurare gradualmente la città nel verde del parco e viceversa: non un edificio, insomma, ma un complesso di spazi pubblici, terrazze, giardini e volumetrie attraverso le quali gradualmente la città e il suo costruito cedessero il passo al contesto ambientale. Il progressivo trasfigurare delle pietre dei Medici nel verde naturale: le masse di diversa tonalità di grigio delle nostre volumetrie, delle nostre terrazze, delle nostre piazze mettono in figura questo processo, accompagnano gradualmente questo percorso di smaterializzazione.

Ma ancora la grande dimensione del complesso e dei servizi specifici: una sala lirica da 1.800 posti, una concertistica da 1.000 e una grande cavea per spettacoli musicali all’aperto, i loro servizi e la sorprendente complessità della macchina teatrale: torre scenica, palco, laboratori, golfo mistico, sale prova e balletto, camerini e depositi. Una macchina, appunto, complessa e legata a una sua stringente funzionalità nella quale ogni centimetro è decisivo, nella quale ogni forma è chiamata a risolvere un’infinità di problemi prestazionali, normativi, distributivi.

Una complessità che trova forse nella figura delle sale il punto più evidente di raccordo tra creazione formale e risposta prestazionale. Come in uno strumento musicale il percorso creativo della forma è qui tutto dispiegato per assicurare la migliore risposta acustica (e visiva) possibile: un orizzonte creativo nel quale alta tecnologia e capacità poetica personale si ibridano a vicenda. Un processo nel quale il raccordo con i saperi dell’ingegneria acustica è decisivo; un percorso nel quale tra architetto e ingegnere non c’è un prima e un dopo, non è ammessa alcuna invariante aprioristica: solo il continuo feed-back del sapere dell’uno sulla disciplina dell’altro.

Ma oltre le ragioni legate alla straordinaria e oggettiva “sfida” alla complessità del tema, voglio qui aggiungere la particolarissima risposta emotiva che l’occasione di questo progetto ha da subito generato in tutti noi. Un’eccitazione legata al tema, al luogo, ai tempi, che rapidamente si è fatta febbrile e che ha consentito alla nostra struttura di lavorare in uno stato che definirei di lucida esaltazione: il segno del superamento di quella soglia, che raramente si riesce a superare in maniera così naturale, oltre la quale un generalizzato stato di grazia fa sembrare i problemi più facilmente affrontabili, le misure sempre ritornare, i materiali immediatamente individuabili, le correzioni ridotte quasi a zero. Ma al contrario della scrittura mozartiana, a noi accade di rado, molto di rado.