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Troppa cautela per il nostro patrimonio?

La piramide del Louvre? In Italia sarebbe impossibile. Ma è giusto bloccare ogni cambiamento?

Partiamo da una notizia emblematica. Nel novembre del 2017 è stato aggiudicato il concorso di progettazione di un ampliamento del Palazzo dei Diamanti. Il progetto provoca il disappunto del critico d’arte Vittorio Sgarbi che promuove una petizione e sollecita il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali per bloccare l’iniziativa. Il Ministro, approfittando degli ultimi giorni che ha a disposizione per scongiurare l’autorizzazione per silenzio assenso, nel gennaio del 2019 nega il nulla osta, generando una situazione, invero, paradossale, perché il concorso aveva visto attiva e partecipe la stessa Soprintendenza, che dal ministero dipende. Potremmo liquidare il caso come una ennesima vittoria di coloro che si oppongono alla trasformazione del patrimonio artistico del Paese. Una parte, oltretutto, qualificata culturalmente, se consideriamo che tra i firmatari dell’appello c’erano personaggi di prestigio come lo storico Paolo Portoghesi, il direttore d’orchestra Riccardo Muti, il fotografo Oliviero Toscani. E, in effetti, l’idea che qualcuno possa toccare un capolavoro come il Palazzo dei Diamanti di Ferrara spaventa. Ma, posta in questi termini, la questione sarebbe fuorviante.

Infatti, approfondendo l’argomento, si scopre che il progetto non toccava affatto il capolavoro, era realizzato in uno spazio posto sul retro e avrebbe sostituito un telone di plastica brutto e fatiscente che collega malamente le due ali del palazzo stesso e che costringe i visitatori, durante la visita, a uscire all’esterno affrontando l’inclemenza del tempo: freddo, pioggia e vento. La sensazione è che si sia peccato di un eccesso di tutela, che alla fine nuoce all’oggetto da conservare. Ma vi è anche la sensazione che in Italia si viva un perenne gioco dell’oca che blocca, paralizzandoli, i processi quando questi sembrano, dopo iter snervanti, giunti alla conclusione, anche quando sembra che gli stessi organismi di tutela abbiano dato il via libera.

Non pochi hanno visto il caso Ferrara come il segnale che d’ora in poi le trasformazioni saranno sempre più difficili. A questo punto, potrebbe essere interessante analizzare brevemente due altri episodi. Il primo è la celebre tettoia dell’uscita degli Uffizi a Firenze. Il concorso, bandito nel lontano 1998, come è noto, fu vinto dal giapponese Arata Isozaki. L’opera doveva essere completata nel 2003, ma ancora è bloccata e probabilmente non se ne farà nulla, lasciando l’area dell’uscita del museo in uno stato di penoso degrado. Molti affermano: meno male che non la si è fatta, era brutta. Nelle città storiche, continuano, non occorre intervenire. O bisogna limitarsi al minimo. Esattamente così come si sono limitati all’essenziale i progettisti dello studio Zermani che hanno vinto il concorso per l’uscita dalle Cappelle Medicee sempre a Firenze. Hanno previsto un semplice bussolotto che ricorda, nelle intenzioni dei progettisti, una pietra tombale. Scoperchiata perché la sua copertura giace accanto fungendo da seduta per i visitatori. Un atteggiamento oltremodo conservativo se lo paragoniamo a quanto fanno negli altri paesi europei, dove si interviene con maggior coraggio. Chi è che oggi si sentirebbe di criticare la Piramide del Louvre o la sistemazione della Gare d’Orsay a Parigi? Anche se i singoli progetti possono non piacere, non si può non apprezzare lo sforzo di riorganizzarli per renderli accessibili a un pubblico sempre più esigente e numeroso che ha bisogno di spazi e servizi che non si riescono a recuperare negli edifici antichi. Si dirà: alcuni edifici sono intangibili. Certamente, ma devono pur funzionare a meno che non li vogliamo trasformare in monumenti di se stessi. E quindi occorre avere prudenza e insieme coraggio. Due appaiono le strade da percorrere. La prima è la reversibilità. Si deve intervenire senza danneggiare l’antico, con la consapevolezza che l’intervento contemporaneo, se nel tempo risultasse sbagliato, si dovrebbe poter smantellare facilmente.

Ciò non vuol dire, come sostengono alcuni contro il progetto vincitore del concorso di Palazzo dei Diamanti, che si debba svitare con le chiavi inglesi, ma solo che si possa demolire senza compromettere ciò che gli sta accanto: va bene quindi anche il calcestruzzo purché isolato dalla preesistenza. La seconda strada è quella dei concorsi. Più le operazioni sono delicate più il progetto deve essere frutto di una competizione di idee. Scelto tra i migliori. Ma proprio perché i migliori progettisti partecipino, avendo la certezza di non stare a perdere tempo, è importante che l’opera si realizzi. In questo senso il caso del Palazzo dei Diamanti, insieme con quello della tettoia degli Uffizi e di numerosi altri, sono un grave disincentivo alla qualità, uno scacco alla fiducia nelle istituzioni di cui pagheremo per anni le conseguenze.

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