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Winka Dubbeldam e la sua architettura inclusiva

Olandese d’origine, americana d’adozione, Winka Dubbeldam crede in una pratica architettonica trasparente e aperta alle minoranze.

Buongiorno Winka, potresti presentarti ai nostri lettori?
Buongiorno. Provengo dai Paesi Bassi, dove ho conseguito la laurea in architettura nel 1990, e poi mi sono trasferita a New York. Qui, nel 1992, ho ottenuto un MSD-AAD, Master in Science in Advanced Architectural Design alla Columbia University. Dopo aver collaborato con Steven Holl, Bernard Tschumi e Peter Eisenman, nel 1994 ho iniziato una carriera ibrida come professionista e docente quando ho creato Archi-Tectonics – 
letteralmente la scienza dell’architettura – e ho iniziato a insegnare alla University of Pennsylvania e alla Columbia. Da allora ho insegnato ad Harvard, alla Cornell e in altre università. Adesso sono Miller Professor e docente presso la Weitzman School of Design, alla University of Pennsylvania e direttrice di ARI, Advanced Research and Innovation Lab, dove lavoriamo con la robotica e collaboriamo con esperti e produttori esterni. Per molti anni ho anche ricoperto il ruolo di esaminatrice esterna presso l’AA, Architectural Association, a Londra, mentre ora sono l’esaminatrice esterna della facoltà Bartlett alla University College London. Il mio studio esegue progetti negli Stati Uniti, in Europa e in Asia e abbiamo appena vinto l’appalto per gli Asian Games 2022, con un eco-parco di quasi 470mila metri quadrati e sette edifici, tra i quali due stadi, che al momento è in costruzione a Hangzhou, in Cina.

 

La tua è un’azienda a conduzione femminile, certificata da Women Business Enterprise. Pensi che al giorno d’oggi sia ancora difficile per una donna arrivare ad avere uno studio di architettura di successo?

Sì, perché l’architettura è un mondo dove la maggior parte dei professionisti sono uomini ed è difficile farsi strada in questo ambito maschile. È proprio per questo che ci sono molte più pubblicazioni sugli architetti uomini e tavole rotonde con una predominanza di relatori rispetto alle relatrici. È necessario che tutto questo si adatti alla situazione che sta cambiando. Bisogna poi tenere in considerazione che non si tratta solamente di un problema a livello di genere, ma anche a livello razziale. L’architettura deve diventare più inclusiva e trasparente. Dato che il 50% del nostro corpo studentesco sono donne, abbiamo un dovere nei loro confronti: devono essere sostenute per sviluppare il pensiero critico, la capacità di leadership e diventare una voce che possa essere ascoltata.

Ritieni che il Coronavirus modificherà il nostro modo di pensare alle città? Cosa cambierà probabilmente?

Credo che il Coronavirus abbia dato a tutti il tempo per pensare e riflettere su temi come la vita, il lavoro e come conciliamo il tutto. Ha fatto in modo che apprezzassimo di più l’ambiente domestico e il tempo che vi trascorriamo. Molte persone hanno preso la decisione di trasferirsi più vicino al luogo di lavoro, trascorrere meno tempo da pendolari e nel traffico o sui mezzi pubblici. La salute e il benessere sono più importanti. Poco prima della pandemia, è interessante pensare che a New York abbiamo progettato Altaview, una comunità improntata a una vita sana, dove il fulcro è rappresentato da un gruppo multigenerazionale con cibo a km 0, trasporti con energia elettrica e un’ampia scelta di strutture per il benessere e la salute. L’idea è che, se un familiare si ammala gravemente, la famiglia può rimanere unita, ottenendo comunque l’assistenza di cui ha bisogno. Questo dovrebbe essere il modello della città del futuro.

Il Coronavirus ha aiutato a trovare nuove modalità di lavoro da remoto. Secondo te il futuro sarà più virtuale e ci saranno conseguenze sulla progettazione delle nostre città?

Credo che ci siamo resi conto che molte riunioni si possono fare utilizzando Zoom e che solo pochi incontri necessitano di uno spostamento. Questo rappresenterà un grande vantaggio – oltre che una necessità impellente – a livello ambientale per un uso efficiente del nostro tempo e costituirà addirittura un miglioramento per chi lavora in gruppo perché le piattaforme online sono migliorate moltissimo a causa dello stato di emergenza attuale che, in molti modi, ha stranamente portato le persone a essere molto più vicine. Così le città avranno meno traffico, meno inquinamento e daranno vita a spazi migliori per vivere. Le città si sono anche rese conto di quanto sia importante il verde urbano sotto forma di parchi pubblici e lungomare, in modo che tutti possano avere la possibilità di godere di aria pulita, sport e svago vicino a casa.

Che cosa sarà la sostenibilità dopo il Coronavirus?

Purtroppo la razza umana è ottusa. Se al momento le persone sono consapevoli, in realtà stanno “aspettando” per capire se la situazione continuerà così oppure se la gente tornerà alle vecchie abitudini quando tutto questo sarà finito. All’inizio abbiamo pensato che l’abbassamento momentaneo dei livelli di inquinamento potesse essere di aiuto all’ambiente, ma con la ripartenza di voli e industrie i livelli di inquinamento sono tornati quelli di prima. Gran parte delle foreste e delle zone umide del mondo stanno bruciando, e questa è una pessima prospettiva per noi. Dobbiamo tutti responsabilizzarci e prendere provvedimenti molto più rigidi, se noi e i nostri figli vogliamo sopravvivere su questo pianeta. Ci vuole una grande svolta a livello comportamentale, una politica che punti a zero rifiuti, che favorisca il massimo risparmio energetico, più fonti energetiche alternative e provvedimenti per proteggere le nostre foreste. Nel 2006 il canale televisivo History Channel e il sindaco di New York ci hanno chiesto di condurre uno studio sul futuro della città. Abbiamo creato e sviluppato un concetto che integrava la maggior parte di queste soluzioni in una proposta divertente per la baia di New York. Il risultato è stato presentato a una mostra presso la Grand Central Station.

Leggi tutta l’intervista sulla rivista cartacea 2-2020

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